Avvenire, 4 giugno 2003
CAMBOGIA
Un regista ha messo di fronte prigionieri e aguzzini del genocidio
Le vittime davanti ai carnefici
Un film-tv per fare memoria di Pol Pot ma anche per riconciliare i sopravvissuti di una tragedia terribile
Di Maurizio Blondet
"Non sono neutrale. Ma voglio capire come persone colte, degli intellettuali, abbiano fatto questo", dice Rithy Panh. "Questo" è il genocidio perpetrato dai Khmer rossi in Cambogia dal '75 fino alla caduta del regime di Pol Pot nel 1979. Rithy Panh è un regista cambogiano che vive in Francia. È l'autore di un film-verità lancinante e terribile, trasmesso l'altra sera sulla rete culturale franco tedesca "Arte": Panh ha messo di fronte alcuni sopravvissuti del campo S-21 (un liceo trasformato in mattatoio, dove i comunisti torturarono e poi trucidarono 18 mila persone) con i loro carnefici.
Il regista Rithy Panh è anch'egli un sopravvissuto. Aveva 11 anni quando fu deportato con i due milioni di abitanti di Phnom Penh, la capitale appena conquistata dai Khmer rossi. Pol Pot, marxista educato alla Sorbona, applicava una forma estrema del marxismo: l'Uomo Nuovo andava fatto nascere azzerando la civiltà "capitalista". Abolì la moneta e applicò un collettivismo totale. La campagna avrebbe rieducato gli uomini della città. L'undicenne Rithy Panh, come gli altri, ha conosciuto la paura, la fame, le minacce e le percosse, la perdita di parenti e amici, la morte incombente nei killing fields, i collettivi agricoli che erano campi di sterminio, dove dominava l'arbitrio omicida dei rossi.
Fuggito dopo quattro anni d'incubo, raggiunta fortunosamente la Francia, Panh porta dentro di sé le ferite di quegli anni. "Vivere dopo un genocidio è un vuoto spaventoso", ha scritto: "Si è come vittime di una radiazione atomica". Ha scoperto, leggendo Primo Levi, il dovere della memoria.
È tornato in Cambogia per girare il suo film, "S-21, la machine de la mort khmère rouge". Nel vecchio liceo di Monti Santésok, divenuto il mattatoio S-21, ha radunato due sopravvissuti e cinque carnefici. Faccia a faccia. C'è Heng Nath, una delle vittime. Deve la vita al fatto di saper dipingere: i Khmer torturatori si facevano fare il ritratto, perciò l'hanno risparmiato.
E i carnefici? Dicono - è già avvenuto - che hanno solo eseguito degli ordini. Cercano di convincere le loro vittime che anche loro erano vittime, che se le trascinavano alle camere di tortura, se hanno giustiziato i parenti e i figli dei loro interlocutori, era perché altrimenti loro stessi sarebbero stati eliminati.
Anche questa trappola della coscienza annullata dal terrore di Stato, la conosciamo già. L'ha descritta Solgenytsin. È il pensiero "Se non lo faccio io lo farà un altro peggiore di me", che fa fare cose orribili. La paura come giustificazione: "Vogliamo vivere, ecco il problema", dice Solgenytsin. Nel totalitarismo sterminatore, il voler vivere - modesta viltà, in fondo - basta a condurre alla disumanizzazione totale.
Nel film di Panh, in un piano sequenza che dura sette intollerabili minuti, uno degli ex-guardiani mostra come minacciava i prigionieri. Ripete meccanicamente ciò che urlava a gente incatenata che stava per ammazzare. In un attimo, funesto miracolo, il clima del campo S-21 torna a piombare, trent'anni dopo, sulle spalle dei sopravvissuti: le facce terrorizzate, il tremito invincibile. Il carnefice, quanto a lui, diventa quell'automa che era: una macchina senza compassione, senza sentimento. Perché bisogna dire che l'esperimento di Pol Pot è riuscito dopotutto: l'Uomo Nuovo è lì davanti a noi, sono quei cinque carnefici la cui coscienza è stata abolita. Il fatto agghiacciante è che nemmeno davanti alle domande delle loro vittime la ritrovano. Si giustificano, ma non pronunciano una sola parola di pentimento. Mai un barlume di resipiscenza balena sui loro volti asiatici. La coscienza, in loro, sembra abolita per sempre.
Youk Chang, direttore del Centro di documentazione di Cambogia, che dal '95 si batte per la punizione dei dirigenti Khmer ancora vivi, dice che il film di Panh è di vitale importanza. "Le nuove generazioni non vogliono credere a quello che è accaduto", dice. Anche questo oblio, o negazione, li conosciamo già.