Avvenire, 8 giugno 2003

Islam: comunità divise dall'imam di Roma

ROMA. "Allah, fai trionfare i combattenti islamici in Palestina, in Cecenia o altrove nel mondo, distruggi le case dei nemici dell'islam, aiutaci ad annientare i nemici". Dividono il mondo islamico in Italia le parole pronunciate venerdì durante la preghiera collettiva nella moschea di Roma di Monte Antenne, il più grande luogo di culto islamico in Europa da Abdel-Samie Mahmoud Ibraihm Moussa, trentadue anni, egiziano, imam della capitale.

Si schiera a favore del collega l'imam Reeda della piccola moschea di via Gioberti, sempre a Roma, vicino alla stazione Termini, che considera "una provocazione, una forzatura, un tentativo di screditare l'islam" l'interpretazione dell'appello. Abdel-Samie viene difeso anche da Mufid Abou Touq, che ricopre lo stesso incarico a Catania. Mentre il presidente del Centro culturale islamico di via Jenner a Milano, Sahari, dice che si tratta solo di "preghiere, formule che si pronunciano in tutte le moschee".

Ma non tutti i musulmani la pensano così. Si dissocia infatti con fermezza Rochid Amadya, capo spirituale della comunità di Palermo, che sostiene:" Parlare in maniera globale di guerra religiosa è stupido e pericoloso, in questo momento particolare ci sarebbe bisogno di un cervello politico in grado di parlare alla gente". E concorda con lui anche Sirus Nikkho, altro rappresentante della comunità di Palermo: "Un sermone di questa portata suona come una tragica provocazione in un momento in cui invece si insegue la via della pace comune. Incitare alla guerra è davvero in controtendenza, stona con il desiderio di serenità all'interno della comunità italiana".