Il Giornale, 12 giugno 2003
Duro colpo al castrismo
Fugge negli Usa il più popolare cantante cubano
Defezione di Carlos Manuel Pruneda, stella del cocktail musicale salsa e rock
PAOLO GIORDANO
da Milano
Ecco, se n'è andato svelto come la sua musica. Da ieri Carlos Manuel Pruneda, 30 anni tondi, soprannominato "il bravo ragazzo cattivo", è l'ennesimo esule cubano ad aver chiesto asilo politico agli Stati Uniti. Va ad aggiungersi, come si intuisce dalle dichiarazioni della Cuban american national foundation di Miami, allo sterminato elenco di fuggiaschi in cerca di arte e parte al di qua di Fidel e della sua "revolucion siempre".
Però c'è un però.
Carlos Manuel Pruneda è un artista famoso, famosissimo anzi, visto che nel 2000 è stato nominato "cantante più polare di Cuba" e la sua musica "si ascolta a ogni angolo delle strade". Lo paragonano a Luis Miguel, l'ex chico messicano che impazzire il mondo faceva, ed è stato l'unico capace di mescolare salsa, mambo e rock senza far rabbrividire i puristi, quelli che Perez Prado o niente. Si è inventato una coreografia e uno stile di danza così particolare da meritarsi un nome nuovo, il tembleque, che è diventato uno dei passaporti indispensabili per ogni ballerino sudamericano: "Quando stavo registrando il secondo cd con il mio gruppo Clan, la Palm Picture, che ha sede a Londra, mi ha persino chiesto di incidere qualcosa da ballare con il tembleque", ha raccontato lui al Granma Internacional.
Insomma, Pruneda è l'equivalente cubano di Robbie Williams e oggi, per Cuba, è un po' come se Robbie Williams avesse preso strumenti e bagagli per fuggire dalla regina Elisabetta. Per di più, Carlos Manuel Pruneda ha giocato pulito e chissà se per caso o solo per paura era in tournée in Messico, ha suonato a Mexico City, poi si è trasferito a Monterey, ordinaria amministrazione per chi a 13 anni già schitarrava con piccole orchestrine e in età da liceo fu chiamato da Rosita Fornès a suonare in giro per l'isola. Monterey, dunque. Qui Pruneda è salito su di un taxi, è passato forse da Tijuana e qualche ora dopo era in Texas. Libero. Esule. Soprattutto vivo: un paio di mesi fa il regime castrista ha fatto fucilare tre ragazzi che per scappare da Cuba avevano pensato di sequestrare un battello e girare il timone in direzione Miami, mica altro.
"Qualcuno vicino a Pruneda ci aveva contattato e gli avevamo detto che la sua decisione sarebbe stata utile", ha riassunto Joe Garcia, che a Miami è il direttore responsabile della Cuban american national foundation. Poi ha aggiunto qualche particolare: "Quando abbiamo capito che le autorità cubane cominciavano a intuire qualcosa, abbiamo deciso di agire".
Quindi Pruneda ha fatto il colpo, anzi ne ha fatti due. Oggi lui è libero, probabilmente già pronto a firmare qualche contratto discografico visto che, dopotutto, è uno dei testimonial della musica cubana nel mondo. E oggi Fidel Castro è sempre meno il Fidel Castro che il regista Oliver Stone ha agiografato nel suo recentissimo documentario su Cuba e che ha esaltato così tanto il suo collega Steven Spielberg da fargli dire: "Le otto ore durante le quali ho parlato con lui sono state le più belle della mia vita".
Dunque è una sberla mica male per il Líder Máximo, che negli ultimi tre mesi ha sfruttato la scarsa attenzione internazionale per combinarle grosse. La fucilazione dei tre ragazzi, certo. Ma anche l'arresto di una sessantina di intellettuali, giornalisti e scrittori colpevoli di non pensarla come lui e di averlo, velatamente o meno, fatto sapere.