Corriere della Sera, 19 giugno 2003
Norma vuole riscrivere la storia – "Io, pentita, dico no all’aborto"
Nel ’73 in Texas fece causa per interrompere la gravidanza. Oggi torna in tribunale e chiede la revoca della sua vittoria
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK - Norma è scappata di nuovo. Come a dieci anni, quando correva selvaggia nella prateria fra Louisiana e Texas, e campava saccheggiando pollai, lontano dalla bottiglia di una mamma balorda e dalle grinfie dell’ennesimo "zio" che girava per la loro baracca. Come a diciotto, quando imboniva la gente al tiro a segno del luna park. (…) E come a venti, quando, sempre correndo, drogata e ubriaca e già vecchia dentro, incespicò su quelle due avvocatesse di Dallas, belle e ricche e femministe, che guardavano la sua pancia al terzo mese (e al terzo figlio non voluto) e cercavano una storia buona, un caso per rovesciare la legislazione anti-aborto.
Norma McCorvey fu quel caso, diventò un nome di copertura, Jane Roe, nelle carte processuali in base alle quali la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe alle americane il diritto di decidere sulla maternità in un Paese - era il ’73 - in cui le donne sposate non potevano neppure ottenere una carta di credito col cognome da nubili. Ora Norma ha deciso di cancellare Jane, l’altra parte di se stessa.
Già l’aveva uccisa, otto anni fa, in una nuova capriola della sua vita tormentata, povero turacciolo tra gli uragani, passando dalle marce per la libera scelta alle crociate per la vita a ogni costo con la leggerezza con cui si attraversa un incrocio.
Adesso vuole seppellirla, coprirne col bianchetto il nome che le ricorda un passato da racconto di Truman Capote: circondata da una sessantina di donne che portavano al collo cartelli con la scritta "mi pento per il mio aborto", questa signora ormai di mezza età s’è presentata martedì a taccuini e telecamere davanti alla corte federale di Dallas, dopo avere depositato la richiesta di revisione del processo che, di ricorso in ricorso, portò alla sentenza "Roe contro Wade". Norma vuole la revoca della sentenza, forse vuole tirare daccapo i dadi della vita, anche se trent’anni fa, aspettando il primo verdetto, non fece in tempo a abortire ed ebbe pure il terzo figlio, che finì in adozione come i primi due: si sentì ingannata dalle due avvocatesse, quel senso di trappola le avrebbe scavato l’anima più tardi. Eppure, la donna che non aveva mai abortito diventò il simbolo dell’aborto; poi, pentita, la faccia della lotta contro l’aborto. Ma siccome questa storia non è solo sua, ha cambiato il destino di milioni di americane e può cambiarlo di nuovo, attorno a lei, adesso, predicatori cristiani applaudono ispirati ("la poster girl dell’aborto è saltata fuori dal manifesto per correre tra le braccia di Gesù!"), lobbisti di destra e di sinistra si scannano, uno dei fronti delle prossime elezioni presidenziali si scalda. Dei bambini e della loro sorte, delle ragazze madri e delle loro vite, importa in realtà assai poco al circo Barnum delle notizie e della politica a gettone. (…) E poco, molto poco, è sempre importato a tutti di una ex ragazza bruciata, dei suoi due nomi, delle sue tre vite.
"Il periodo migliore sono stati i tre anni in riformatorio, dai dodici ai quindici", ha scritto Norma in una delle sue due biografie (una da abortista, nel ’94, e una da antiabortista, quattro anni dopo): qualcuno le mostrava almeno un po’ di rispetto, in quell’inferno per ragazze disperate come lei. Mezza cajun e mezzo indiana, lei brucia la sua prima vita tra le paludi e i pini storti di Lettesworth, Louisiana, con la mamma pazza che la picchia e la bacia fino a farle male e la chiama "idiota, mia piccola stupida". Le parole bruciano più delle botte, Norma il rispetto lo cercherà tutta la vita. Ma intanto trova altre botte, un marito che la pesta, l’Lsd e i cento deliri a buon mercato per diseredati americani degli anni Sessanta. A Sarah Weddington e Linda Coffee, le due avvocatesse, arriva senza volerlo, in una pizzeria di Dallas. Mente, racconta che il figlio che porta in pancia è il frutto di uno stupro. Loro la proteggono, forse la usano.
Lei continua la vita balorda anche dopo la sentenza, per anni. S’è scoperta lesbica, fa la cameriera nei bar gay, ma si droga ancora, prova a uccidersi, "sapevo di essere un fallimento totale", scriverà. La riscatta invece l’amore, come succede: la storia con Connie Gonzales le dà la forza di guardarsi dentro, di chiudere la distanza con Jane Roe. "La ragazza della sentenza sono io", ammetterà nell’80. Comincia la politica, le marce, il lavoro di consulente a "Scelta per le donne", una clinica abortista sull’autostrada 635, periferia di Dallas. Ma la quiete non dura. Al centralino con vista sul guardrail Norma si ritrova addosso i suoi fantasmi, i soliti. "A volte avevo l’impressione che questa gente, i leader abortisti, pensavano che io fossi del tutto stupida, e io non lo sono" (no, certo, mamma sbagliava). Anche il reverendo Philip "Flip" Benham, capo del gruppo fondamentalista "Operazione Salvezza" la pensa così. Ha messo gli uffici nella palazzina accanto alla clinica, lui e le sue volontarie corteggiano Norma come una figlia, una sorella. Sanno chi è? Ovvio. Cercano il colpo a effetto? Congetture. Comunque Norma in due mesi, nel ’95, lascia la clinica, chiede di essere battezzata da Flip, diventa volontaria a sua volta. Da allora gira l’America, sempre marce e cortei, sì, ma nel nuovo mondo rovesciato, nel nome del messia della porta accanto.
Forse scappa ancora, però non se ne accorge: dai tempi del centralino abortista, una storia fa, non ha cambiato neanche posto macchina.
Goffredo Buccini