Libero, 7 luglio 2003
IL CASO. A Caracas si toglierà un ritratto del Papa per far posto a quello di Che Guevara
Il presidente venezuelano e castrista Chavez attacca i prelati: vuole una Chiesa di Stato
Andrea Morigi
Giù il Papa, su il Che.
Accade in Venezuela dove il primo luglio da una piazza di Caracas sono scomparsi un busto di Giovanni Paolo II e la targa commemorativa della sua seconda visita nel Paese nel 1996.
Presto, a sostituirli, in quella che sarà chiamata piazza del Guerrigliero, dovrebbe sorgere una statua in onore di Ernesto "Che" Guevara, il rivoluzionario argentino divenuto simbolo della lotta di classe per aver svolto in mezzo mondo l'attività terroristica che lo porto' a essere ucciso nel 1967.
Solo voci per ora, ma trapelate prima da ambienti vicini al governo e poi confermate anche dalle preoccupazioni del segretario generale della Conferenza episcopale venezuelana, mons. Josè Luis Azuaje.
Per contro, circola soltanto una versione secondo cui il furto del busto del Papa non sarebbe altro che l'opera di delinquenti comuni intenzionati a ricavare un po' di denaro dalla restituzione.
Troppo debole per smentire l'esistenza del progetto, che peraltro sarebbe soltanto l'ultimo affronto in ordine di tempo da parte del presidente Hugo Chavez contro la Chiesa cattolica, già da lui definita pubblicamente "un cancro per la società".
Una diagnosi a cui il capo dello Stato venezuelano, eletto nel 1998 e subito diventato il principale alleato del dittatore comunista cubano Fidel Castro, ha immediatamente trovato una "cura" perseguitando vescovi, sacerdoti e laici cattolici con l'obiettivo di creare una Chiesa di Stato.
E proprio in questi giorni mons. Baltasar Porras, presidente della Conferenza episcopale venezuelana e un'altro vescovo risultano rifugiati nella Nunziatura Apostolica di Caracas, dove hanno cercato di mettersi al riparo a causa di serie minacce di morte.
A denunciarlo, una delegazione di cattolici venezuelani che ha incontrato nei giorni scorsi diversi esponenti politici italiani, tra cui il presidente della Commissione esteri della Camera, Gustavo Selva, che giudica la situazione "molto delicata": "Tutto si gioca entro agosto-settembre, in attesa della convocazione del referendum revocatorio dell'attuale presidente. Solo allora si potrà andare a nuove elezioni".
Sul piano delle pressioni internazionali, continua Selva, "la presidenza italiana del semestre europeo dovrà servire per mobilitare le opinioni pubbliche, i governi e i parlamenti. Intanto, per la difesa dei diritti umani sta muovendosi anche Jimmy Carter, l'ex presidente americano. Ma è Chavez che deve convocare i comizi elettorali".
E, per il momento, sembra molto più occupato a dar la caccia a vescovi e preti.
Poco prima di Pasqua, anche il cardinale di Caracas, Ignacio Maria Velasco Garcia, aveva denunciato di essere stato minacciato per la seconda volta in tre mesi, senza contare l'attentato compiuto nel novembre 2002 con una bomba a mano lanciata contro la sua residenza. Nessun ferito, solo danni alle cose, nello stile più classico dell'avvertimento mafioso.
Nulla di ufficiale, insomma, nessuna rivendicazione come per le telefonate anonime che mettono in guardia il prelato dal recarsi nella cattedrale se non vuole rischiare la vita.
Di fronte all'acuirsi della tensione, il clero sembra pero' trovare se possibile maggior coraggio.
Subito dopo le minacce, il cardinale Velasco Garcia ha anzi avvertito del pericolo che "il Paese cada sotto il comunismo... Ma anche se il comunismo sarà imposto, la Chiesa porterà avanti la sua missione, anche se dovesse scendere nelle catacombe".
Anche se nei mesi scorsi è riuscito a sventare i colpi di Stato che lo volevano spodestare e a far rientrare lo sciopero durato 63 giorni a partire dal novembre 2002, Chavez nutre ancora una paura blu. Tra i suoi oppositori, conta i sindacati, le associazioni degli industriali, i partiti tradizionali, la stampa e l'industria statale petrolifera del quinto Paese esportatore di greggio del mondo.
Il 21 febbraio scorso, sono finiti in carcere, con le accuse di tradimento della patria, ribellione civile, istigazione al delitto, il presidente di Fedecamaras (la Confindustria venezuelana), Carlos Fernandez, e il presidente della Confederazione dei lavoratori del Venezuela (Cvt), Carlos Ortega.
La loro colpa, quella di aver promosso lo sciopero. Alla Chiesa cattolica, invece, in gennaio, il presidente ha intimato il silenzio con una lettera ai vescovi in cui chiedeva di astenersi dal parlare della crisi politica che sta attraversando il Paese. Una minaccia e "nemmeno velata", secondo mons. Porras.
La richiesta alla Chiesa "di chiudersi nel tempio non è sana per una società che vuole essere democratica",
ha aggiunto, denunciando "la violazione dei diritti umani, della vita e delle persone". Ora, per difenderlo, c' è soltanto l'extraterritorialità della Santa Sede.