Corriere della Sera, 9 settembre 2003

"Ma noi di Unidad Popular avevamo sbagliato"

SANTIAGO - Una casetta modesta alla periferia di Santiago, senza riscaldamento, vicino alla figlia e ai nipoti. Una stanza ricolma di libri, ricordi, busti di Lenin, foto con Fidel Castro. A 87 anni Luis Corvalán, ex segretario del Partito comunista, un pezzo di storia del Cile, sforna un libro di memorie dietro l'altro, usando senza problemi computer e Internet. Guarda al suo passato con serenità e ha una visione molto lucida dei fatti che portarono al golpe e alla caduta di Allende. Corvalán perse un figlio, torturato e ucciso dai militari, e venne arrestato. Nel ’76 fu protagonista di uno scambio che fece epoca. L'Unione Sovietica accettò di liberare un noto dissidente, Vladimir Bukovski, in cambio di Corvalán, ammettendo così ufficialmente l'esistenza di detenuti politici. Si esiliò a Mosca, dove rimase per sei anni, prima di rientrare clandestinamente in Cile per organizzare la resistenza. "L'11 settembre 1973 - dice ora - non è stato solo l'inizio di una tragedia, un abuso imperdonabile, ma anche una sconfitta politica per la sinistra cilena. Non possiamo negare le nostre responsabilità per quei fatti".

Come visse quella giornata?

"All'alba ascoltai le notizie alla radio. Era quello che ormai tutti davamo per imminente. Passai a prendere un compagno e ci recammo in una sede provinciale, più sicura, per una riunione di emergenza del partito. Lì fissammo la linea che sarebbe stata quella dei comunisti cileni per tutta la dittatura. Resistenza a tutto campo, ma senza esporre la gente al massacro. Infine mi nascosi a casa di amici".

Poi venne arrestato.

"Sì, il 27 settembre, due settimane dopo il golpe. Rimasi 52 giorni in isolamento totale, i primi 15 chiuso in un bagno. Non venni torturato fisicamente, ma ne uscii comunque distrutto. Tre anni dopo fui liberato. Da Mosca viaggiai molto, anche in Italia. Con il Pci di Enrico Berlinguer c'era un rapporto fraterno, erano gli anni dell'eurocomunismo. Rientrai in Cile nell'agosto del 1983, attraversando le Ande dall'Argentina, e rimasi in clandestinità fino al 1989".

Quando vide Allende per l'ultima volta?

"Due giorni prima del golpe, a casa sua. La situazione sociale era gravissima. Allende sapeva della minaccia dei militari e voleva convocare un plebiscito, sapendo di perderlo. Voleva disinnescare il golpe e andarsene".

Perché non lo fece?

"Non ne ebbe il tempo. Probabilmente l'annuncio sarebbe stato lo stesso giorno 11. Inoltre Allende si fidava di Pinochet, che lui stesso aveva nominato a capo delle forze armate un mese prima. Pensava che la minaccia arrivasse da altri settori dell'esercito. Pinochet lo rassicurò fino alla vigilia che tutto era sotto controllo. Negli anni della dittatura sono state scritte molte menzogne. La principale è che tutto fosse stato organizzato da Pinochet con molto anticipo. Non è vero: lui si aggregò solo all'ultimo momento, tra mille dubbi. Il golpe lo organizzò la Marina. Quanto all'aiuto della Cia, ormai tutto è stato detto e scritto. Non avevamo assolutamente previsto la violenza, questo sì. Chi poteva pensare che arrivassero a bombardare la Moneda? Non ce n'era assolutamente bisogno, la resistenza di Allende fu eroica, ma il governo si era già sciolto da solo".

La caduta di Allende fu solo la conseguenza di errori degli ultimi giorni?

"No. Nei tre anni di Unidad Popular gli errori furono molti. La nostra politica non funzionò, non esaltò la gente. Il governo Allende, nella nostra visione, doveva portare avanti una rivoluzione. Pacifica e democratica, ma pur sempre una rivoluzione. Per riuscirci dovevamo avere più forza del nemico. Invece Unidad Popular non superava il 35 per cento dei consensi. Prevalsero le tendenze estremiste e settarie, in tutti i partiti della coalizione. Fuorché nel nostro. Il Pc cileno ebbe sempre ben chiaro il principio che il rapporto con la Dc era fondamentale. I democristiani non erano nel governo, ma avevano votato Allende e appoggiato la nazionalizzazione del rame. Era sbagliato isolarli".

La stessa analisi che in Italia fece Berlinguer dopo il golpe in Cile, quando lanciò la politica del compromesso storico.

"In seguito ne discussi molto con i compagni italiani e ci trovammo sostanzialmente d'accordo. Anche la Dc cilena aveva anime progressiste con le quali occorreva dialogare. Invece tirammo la corda fino a trovarcela contro. E i democristiani appoggiarono il golpe".

Perché i comunisti cileni sono oggi contro la Concertación al governo, che è un’alleanza tra Dc e socialisti?

"Non è paragonabile la politica di allora con quella di oggi. Il governo Lagos non sta lottando per una trasformazione della società, è completamente schierato con il sistema capitalista. Aveva promesso di restituire allo Stato le privatizzazioni della dittatura e invece ne ha fatte di altre. Ha venduto i telefoni e l'acqua potabile, è tutto in mano alle multinazionali straniere".

Però il Cile è un'economia dinamica, la gente sta meglio di trent'anni fa.

"Sono gli alti e bassi del capitalismo e c'è molta propaganda. Il Cile sta perdendo le sue ricchezze e la miseria è ancora moltissima. Si parla tanto dei successi della nostra agricoltura, senza dimenticare che questo è stato reso possibile dalla riforma agraria, accelerata dal governo di Allende, e non dal governo militare".

Rocco Cotroneo

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Al potere il governo dell’Unidad Popular – 1970 novembre

Il 4 settembre, Salvador Allende, candidato della coalizione di sinistra Unidad Popular, vince le presidenziali cilene con il 36% delle preferenze. A ottobre il Parlamento conferma la vittoria (grazie al voto dei democristiani) e il 4 novembre Allende si insedia ufficialmente alla guida del Cile, primo presidente marxista a giungere al potere attraverso le elezioni