Il Giornale, 16 settembre 2003

Il Venezuela sfida gli Stati Uniti nel nome di Castro

Alberto Indelicato

Quando, a seguito di una mediazione dell’ex presidente Jimmy Carter, fu deciso un referendum, previsto dalla Costituzione, che avrebbe potuto portare alla revoca del presidente Chávez, sembrò che il Venezuela, dopo due anni di disordini e di contestazioni con numerosi morti e feriti, avesse imboccato finalmente la via della normalizzazione politica. L’ex paracadutista golpista Chávez è però riuscito ancora una volta ad evitare che il referendum di metà mandato abbia luogo: il Consiglio nazionale elettorale ha, infatti, rigettato la richiesta degli oppositori giudicandola inammissibile per ragioni procedurali. La coalizione degli oppositori ha reagito con l’impegno a rilanciare l’iniziativa per destituire Chávez raccogliendo nuovamente entro il 5 ottobre più di quattro milioni di firme. Cosa avverrà se Chávez impedirà nuovamente con trucchi procedurali o con la forza la tenuta del referendum? Egli non si considera un presidente "normale" e quindi "revocabile", perché intende fare una "rivoluzione bolivariana", vale a dire – ha spiegato – una lotta contro il neoliberalismo. I suoi oppositori, i sindacati, le università, il settore privato dell’economia, la Chiesa, vari partiti politici sono da lui bollati come "putschisti" e "nemici del popolo".

Naturalmente nella sua propaganda non poteva mancare l’ostilità verso gli Stati Uniti, che ha accusato di ingerenza negli affari interni del Paese, e ciò perché l’ambasciatore Usa aveva offerto al comitato nazionale elettorale la consulenza di una fondazione specializzata. Chávez ha affermato che non permetterà a Washington di far subire al suo Paese "la stessa sorte riservata ad Allende e ai sandinisti". Per colmo d’eleganza ha insinuato che l’ambasciatore degli Stati Uniti a Caracas è omosessuale… Il Dipartimento di Stato ha reagito smentendo l’ingerenza, ma ribadendo che gli Stati Uniti "non sono disinteressati alle vicende venezuelane". Chávez ha intanto cercato alleati in America Latina tra gli Stati "stanchi di liberalismo".

I primi candidati dovevano essere il paraguayano, l’uruguayano e in particolare quello argentino che si era detto "deluso del modello neoliberista". La "campagna acquisti" di Chávez ha avuto un successo limitato, ma egli non si è dato per vinto e ha aperto un altro fronte: quello del petrolio, proponendo un "cartello" che avrebbe dovuto riunire le compagnie petroliere del Brasile, dell’Argentina e naturalmente del Venezuela in una grande impresa "petroamericana" sotto il controllo del suo Paese, massimo produttore di petrolio del continente. Ma il Brasile non è sembrato sensibile: l’ex sindacalista Lula è molto meno avventurista dell’ex golpista Chávez.

Questi gioca ancora una carta: l’amicizia con Fidel Castro. Non si tratta solo di espressioni di solidarietà, ma di una proclamata affinità ideologica e di una collaborazione che ha accresciuto la sua impopolarità. Egli, infatti, ha recentemente concluso con L’Avana un accordo in base al quale il Venezuela fornisce a Cuba 63mila barili di petrolio al giorno contro la missione di 413 medici cubani nei quartieri poveri di Caracas. La loro presenza ha creato malcontento trai i medici venezuelani, offesi per la sconfessione del loro governo, e anche nella popolazione, che non ha grande fiducia nei "medici-funzionari" di un altro Paese. Molti sostengono, infatti, che i cubani usano medicine obsolete ed in qualche caso pericolose e che in genere più che occuparsi di malati e malattie fanno propaganda castrista. Recentemente in uno dei suoi chilometrici discorsi Fidel Castro ha affermato: "Non è vero che il comunismo è finito. Oltre a Cuba ci sono ancora la Cina, il Vietnam e la Corea del Nord, che si proclamano e sono Paesi comunisti".

È evidente che con l’aiuto del suo amico Chávez egli conta di aggiungere alla lista anche il Venezuela. Non stupisce, perciò, che un grande quotidiano di Caracas si sia chiesto: "È possibile che l’Europa sia cieca di fronte a tutto ciò che avviene in Venezuela?". Sino ad ora, infatti, i patetici appelli del Consiglio europeo in favore di una soluzione corretta e democratica della crisi sono stati puntualmente ignorati dal governo venezuelano.