Libero, 28 ottobre 2003
IL CROCIFISSO DEPOSTO
Nonostante il lieve aumento di tolleranza di alcuni Paesi, il mondo musulmano resta ostile a chi pratica un’altra fede
Cristiani in terra d’Islam, calvario senza fine
In Arabia vietato esporre la croce, Maldive e Mauritania prevedono il carcere per i non islamici. E anche nel "moderato" Egitto la libertà religiosa è soltanto sulla carta
di MAURIZIO STEFANINI
ROMA – Sarebbe possibile per un cristiano in terra d’Islam chiedere la rimozione di un simbolo religioso musulmano dalla classe di suo figlio, in modo analogo a quanto fatto da Adel Smith in Italia? In Senegal e in Turchia, Paesi la cui costituzione ostenta un laicismo alla francese, in linea di principio sì. In altri Paesi, come la Siria o il Libano, i cristiani vanno normalmente a scuola in classi a loro riservate, e anche in Iran i cristiani che frequentano scuole a maggioranza musulmana possono ottenere "ore di religione" a parte. All’estremo opposto c’è l’Arabia Saudita, dove il culto non islamico è ammesso solo in privato, dove ai non islamici non è neanche permesso di avvicinarsi alle città sante di La Mecca e Medina, e dove ci sono seri problemi non solo per girare con una croce al collo, ma addirittura per esporre i simboli non religiosi che comunque il disegno della croce in qualche modo riproducano: dalla bandiera della Croce Rossa a quelle della Svizzera o dei Paesi scandinavi. Ma tutti riconoscono che si tratta di un caso estremo.
In generale, in alcuni Paesi islamici la tolleranza sta certamente aumentando. Nel Bahrein si è di recente aperta la prima chiesa: in Kuwait è stata autorizzata l’importazione di Bibbie; nell’Oman il sultano ha finanziato di tasca propria l’apertura di quattro chiese e di un tempio indù, e ha perfino regalato un organo; nel Qatar è stata revocata la legge che proibiva i culti non islamici.
Ma sono molti di più i Paesi in cui la situazione invece peggiora, e in linea generale un cristiano discendente da una famiglia che risiede da millenni in terra d’Islam ha molti meno diritti di un musulmano appena arrivato in un paese cristiano. In Somalia la Costituzione del 2000 dice che l’unica religione deve essere l’Islam, e durante la guerra civile la cattedrale di Mogadiscio è stata distrutta. In Tunisia e Marocco, che passano per Paesi molto tolleranti, la conversione di un musulmano al cristianesimo è proibita. Ma è vietata perfino in Libano, dove pure i cristiano sono associati alla gestione del potere, e si vedono riservata la carica di presidente della repubblica. In Egitto, invece, il proselitismo cristiano non è formalmente proibito. Ma chi si converte viene di fatto perseguito in base a un articolo del Codice Penale che punisce "gli atti contro la pace sociale". Eppure l’Egitto è l’esempio di un Paese dove la minoranza cristiana subisce dalla maggioranza dispetti di ogni tipo. A scuola, ad esempio, il Corano è materia di insegnamento obbligatorio per tutti. Non per imporre la religione, ufficialmente, ma perché è "un modello di prosa araba inimitabile". Se si va per strada con un crocifisso e te lo strappano dal collo si ha il diritto di andare a denunciare il fatto alla polizia; ma in caserma ti guardano come un rompiscatole. Nelle Università, chissà perché, i giorni d’esame sono sistematicamente fissati di Natale e di Pasqua. E così via… Se i cristiani sono in Egitto il 6% nei censimenti ma quasi il 20% secondo le stime delle chiese è anche perché a quel punto la maggioranza di loro preferisce farsi passare per musulmana, fino al punto di cambiarsi il nome. A chiamarsi Butros piuttosto che Mohammed non si va in galera, però è certo più difficile trovare lavoro.
In galera a non essere islamici si va invece in Mauritania e nelle Maldive, mentre nello Yemen un somalo che si era convertito al cristianesimo è stato condannato nel 1998 a morte. In Sudan i non musulmani sono comunque sottoposti alla legge coranica, in spregio a quella che sarebbe la stessa tradizione giuridica islamica, che consentirebbe alle minoranze religiose l’ "autogestione" secondo le proprie leggi. In Brunei negli ultimi 10 anni la libertà religiosa è stata di fatto revocata: sono state proibite conversioni e predicazione; si è rifiutato il visto a vescovi e missionari; si è vietata l’importazione di materiale religioso; si sono negati i permessi per la costruzione di chiese; si è imposto agli studenti non musulmani lo studio di Islam e arabo, anche nelle scuole private.
La Turchia è l’unico Paese islamico in cui la legge stabilisce espressamente la libertà di abbandonare l’Islam per un’altra religione, ma nel 2000 3 turchi che si erano convertiti al cristianesimo sono stati arrestati, sotto l’accusa di "disturbo alla pace civile". Va detto che la magistratura li ha assolti, ed ha invece messo sotto accusa, per abuso di potere, i poliziotti che li avevano perseguiti.