Avvenire, 11 novembre 2003

CARDINALE DELLA FEDE

Il mio lungo inverno nei gulag di Stalin

Il protagonista

Luigi Geninazzi

Quella che presentiamo, suddivisa in tre articoli, è la testimonianza eccezionale di una fede vissuta nel gulag. L'abbiamo raccolta dalla viva voce del protagonista, il cardinale Kazimierz Swiatek, arcivescovo di Minsk in Bielorussia, che all'età di 89 anni ha raccontato la sua vita davanti alla platea commossa dei laici dell'ex Unione sovietica, nel recente convegno tenutosi a Kiev. Profilo tipicamente slavo che lo fa assomigliare a Papa Wojtyla, il cardinale Swiatek è un'autentica quercia dello spirito che ha resistito alla bufera delle persecuzioni del ventesimo secolo. Ordinato sacerdote nel 1939 a Pinsk, nella Bielorussia sovietica, venne arrestato una prima volta nel 1941 a motivo del suo lavoro pastorale tra i fedeli. Uscito dal carcere l'anno seguente ricominciò il suo ministero come se nulla fosse successo. La punizione arrivò di lì a poco, nel 1944, e fu terribile: condanna a 10 anni di lavori forzati, due passati nel gulag di Marinsk, sette nelle miniere di Vorkuta, sul circolo polare artico, quindi nella taiga siberiana. Liberato nel 1954 divenne parroco di Pinsk, incarico che ha ricoperto fino al 1991 quando fu nominato arcivescovo di Minsk e amminstratore apostolico della Bielorussia. Nel 1994 Giovanni Paolo II gli impose il berretto cardinalizio dopo averlo abbracciato e ringraziato per la sua eroica testimonianza di fede. Un omaggio a Swiatek e alla "memoria che redime".

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CARDINALE DELLA FEDE

Il mio lungo inverno nei gulag di Stalin

"Con un accanimento davvero satanico venivano perseguitati tutti quelli che credevano in Dio e cercavano di seguire i riti religiosi". La lunga indifferenza dell’Occidente, che pure sapeva

Di Kazimierz Swiatek

Ai tempi di Stalin tutto il territorio dell'Unione Sovietica non era altro se non un enorme gulag, un recinto col filo spinato, dove migliaia di reclusi nei vari singoli lager morivano a causa delle disumane condizioni d'esistenza e di lavoro.

Dopo essere stato incarcerato per due volte nelle prigioni sovietiche, inclusi due mesi nella cella per condannati a morte, venni mandato al lager dei lavori forzati a regime speciale. Dapprima nella taiga siberiana, successivamente nella tundra del lontano nord. Sono stato recluso in un estremo isolamento e ciò non mi ha permesso né d'incontrare alcun sacerdote cattolico né d'amministrare il sacramento della confessione. Soltanto negli ultimi anni di lager sono riuscito ad avere l'ostia e il passito per celebrare di nascosto la santa messa. Come calice usavo una tazza di ceramica, mentre tenevo l'ostia consacrata da portare ai cattolici in una scatola di fiammiferi. Mi ricordo la messa in occasione della Pasqua celebrata per alcuni reclusi cattolici nel locale di lavanderia tra le nuvole di vapore. Di tutta la mia vita sacerdotale fu la Pasqua più cara.

Per dieci anni sono rimasto completamente isolato dalla realtà del mondo, in particolare dalla realtà della Bielorussia e della sua Chiesa. Con un accanimento davvero satanico venivano perseguitati tutti quelli che credevano in Dio e cercavano di seguire i riti religiosi. E chi, nonostante le terribili persecuzioni, perseverava nella fede si sentiva abbandonato e indifeso.

L'Occidente, pur conoscendo la situazione della Chiesa nell'Unione Sovietica, spinto da certe ragioni, forse anche politiche, non è intervenuto in difesa dei credenti, oppressi e perseguitati dal regime. Eppure la Chiesa in Bielorussia, pur senza le sue strutture ecclesiastiche, sofferente, talvolta anche sanguinante, rimaneva viva ed attiva.

Nel 1954, dopo dieci anni passati nei gulag, mi diressi non senza difficoltà verso Pinsk. Entrai nella cattedrale dove nel 1939, all'atto del conferimento dei voti sacerdotali, avevo giurato obbedienza e fedeltà a Dio. Quel giuramento comprendeva tutta la mia vita futura. Era domenica. Nelle prime file c'erano una trentina di donne anziane. All'altare principale si affaccendava un omino anziano e claudicante. Io stavo fermo sotto il coro, appoggiato alla colonna. Non è difficile immaginare lo stato d'animo che regnava nel mio animo colmo di gioia e gratitudine. Quell' omino invece stava preparando l'altare per la santa messa e lo faceva in uno strano modo. Aveva posato sull'altare la pianeta e il calice, acceso le candele, suonato il campanello della porta di sacrestia.... ma davanti all'altare non si vedeva nessun prete. Le donne si erano alzate, una di loro facendo il segno di croce ad alta voce annunciò il nome della domenica ed iniziò con tutte le altre a dire le preghiere introduttive della santa messa. Dunque, era una messa senza il sacerdote! Una delle donne si alzò e prese a leggere il Vangelo. Non potevo più trattenermi. Scoppiai a piangere. Com'è possibile, dicevo tra me e me: il sacerdote sta qui, appoggiato alla colonna, in incognito, e un'altra persona legge il Vangelo! Finita questa straordinaria santa messa sono entrato nella sacrestia per parlare con il vecchietto. Ne risultò che già 6 anni fa il parroco della cattedrale era stato arrestato e condannato a 25 anni di reclusione. Ho chiesto se volessero un prete. Sì, ma non sapevano dove cercarlo. Allora dissi che ero sacerdote e che sono stato liberato dal lager sovietico. Potevo iniziare il mio servizio di pastore delle anime. Insieme iniziammo le pratiche presso le autorità affinché mi registrassero come parroco della cattedrale. Da quel momento venni fermato più di una volta per strada, fatto salire in macchina e portato nella sede del KGB, dove mi trattenevano fino all'alba. Cercavano di convincermi di abbandonare il sacerdozio, promettevano in cambio delle sistemazioni vantaggiose. Ai miei categorici rifiuti rispondevano minacciando di mandarmi di nuovo in prigione. Dopo cinque mesi rinunciarono finalmente ai loro tentativi e mi diedero il permesso di svolgere le funzioni di parroco a Pinsk.

La parrocchia si estendeva in linea retta ad ovest dal fiume Bug e ad est fino al Pacifico. Non di rado la cattedrale veniva visitata dai fedeli residenti a migliaia di chilometri da Pinsk. Nelle campagne e nei villaggi i fedeli si radunavano nelle case, con le persiane chiuse, per celebrare insieme la messa. Sempre di sera si radunavano al cimitero per cantare i canti religiosi, ma senza alzare troppo la voce, per non essere sentiti nell'ufficio amministrativo della contrada. Il più delle volte recitavano il rosario coi grani fatti di pane.

Ho sempre ritenuto la loro testimonianza di fede come una delle cose più preziose. Sono loro, proprio queste proverbiali "babushke", che sono riuscite a conservare la fede in Dio negli anni della persecuzione, quando mancavano sia le chiese che i sacerdoti. È a loro che dobbiamo essere grati per la fede che non è scomparsa per sempre da queste terre così pesantemente oppresse, per i nipoti e pronipoti ai quali esse hanno insegnato perlomeno il Padre Nostro e l'Ave Maria. Anche se loro non hanno pagato con il sangue per la loro fede, tuttavia la loro vita portava i segni del martirio. Sono figure eroiche, anche se nessuno innalzerà loro un monumento. Onore e gloria a voi, care, amate babushke d'oro!

Dopo il 1991, con l'incarico di Arcivescovo, mi sono messo a percorrere lo sterminato territorio della Bielorussia, qualche volta facendo oltre mille chilometri al giorno, trovando la conferma di innumerevoli testimonianze di fede.

In una parrocchia mi venne incontro un giovane sacerdote venuto dalla Polonia per lavorare come pastore delle anime in Bielorussia. La chiesa era un edificio semidistrutto, senza tetto nè porte. Davanti alla parete frontale c'era un gruppo di circa 20 donne. Mi si avvicinarono di corsa e con il mio massimo stupore si buttarono per terra ai miei pi edi. Io ne ero sconvolto: per la prima volta nella loro vita incontravano un vescovo cattolico proprio davanti alla loro chiesa distrutta. Quindi sono tornate al punto dove stavano prima e con le voci tremanti hanno intonato un canto mariano. Potevo io vescovo trattenere le lacrime vedendo questa testimonianza di fedeltà verso Dio e verso la Chiesa? Poi ho chiesto al giovane sacerdote che cosa gli aveva fatto abbandonare la sua terra per venire in questo luogo desolato. "Padre, appartengo alla categoria dei pazzi di Dio", fu la sua risposta. L'ho abbracciato, baciato e gli ho sussurrato all'orecchio: "Allora, caro padre, sia pazzo fino in fondo". E lo fu! Ha già rialzato dalle rovine tre chiese che non sono ancora riuscito a riconsacrare.

Nel frattempo abbiamo visto la caduta dell'Unione Sovietica e la formazione della Repubblica indipendente di Bielorussia. Durante un'udienza speciale ai pellegrini provenienti dalla Bielorussia il Santo Padre ha voluto rendere omaggio a tutti coloro che, a prezzo d'indicibili sofferenze ed anche del martirio, sono riusciti a conservare la propria diignità di credenti. Giovanni Paolo II ci ha mostrato la memoria che redime! I templi vecchi e i nuovi si riempiono di fedeli, tra i quali sono sempre di più i bambini e i giovani che partecipano attivamente al catechismo. Ringrazio infinitamente Dio perché mi ha concesso la grazia di sopravvivere ai lunghi anni di di persecuzione e di essere ancora un testimone partecipe alla liberazione, alla rinascita ed allo sviluppo della Chiesa in Bielorussia.

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Nel lager di Vorkuta, la messa nella baracca mi costò l’espulsione

Mentre mi trovavo nel lager di Vorkuta ho organizzato la veglia di Natale. Ho portato le mie due porzioni giornaliere di pane non avendole consumate nei giorni precedenti. Gli altri, ed eravamo una decina, hanno offerto quel che avevano ricevuto nei pacchi alimentari dalle famiglie. Avevamo anche le ostie. Stavo parlando ai presenti quando ad un tratto la porta si aprì ed irruppe un ufficiale di regime, manganello in mano, e con lui un soldato munito di fucile e baionetta. "Che cosa state facendo?", domandò. Mi sono alzato per spiegargli il rito natalizio. Poi, tenendo in mano l’ostia, ho chiesto se voleva condividerla scambiando con noi gli auguri di Natale. Era una situazione insolita e colma di tensione: noi due con le mani tese, la mia con l’ostia e la sua con il manganello. L’ufficiale ripose il manganello nella custodia e scusandosi disse di non poter accettare l’ostia essendo in servizio, ma ci permise di continuare la nostra veglia e lasciò il locale assieme al soldato. La mattina dopo fui espulso da Vorkuta e mandato nella lontana tundra al Nord.

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Nell’ufficio del Kgb

"Come hai fatto a sopportare tutto ciò?" "È stato Dio a salvarmi la vita"

Era l’ultimo giorno della mia permanenza nel lager. Sono stato condotto sotto scorta nell’ufficio del KGB esterno al campo. Dietro la scrivania era seduto un capitano maggiore e io stavo al muro. L’ufficiale esaminava con attenzione un incartamento voluminoso con la documentazione sui miei soggiorni nelle prigioni e nei lager. Di tanto in tanto alzava lo sguardo verso di me, scrutandomi con espressione di sorpresa. Giunto all’ultima pagina mi chiese: "come hai fatto a sopportare tutto ciò e a rimanere in vita?". Lui non riusciva a comprenderlo, le regole del KGB erano semplici ed univoche: per uno come me non andava sprecata la pallottola che serviva al fronte, erano sufficienti una fatica sovrumana e le condizioni del lager per eliminarmi. Da qui il suo immenso stupore. La mia risposta fu chiara e ferma: "capitano maggiore, la vita io la devo alla mia incrollabile fede in Dio. È stato Lui a salvarmela". Il maggiore non mise in dubbio l’esistenza di Dio, manifestò soltanto il suo dubbio: "ma Dio esiste?". Poi rimase per lungo tempo a riflettere. Era da quest’uomo che dipendeva la decisione della mia sorte. Io, fermo al muro, pregavo Dio di aiutarmi, di salvarmi la vita, di darmi la libertà. Dopo una lunga riflessione il maggiore mi guardò con aria di benevolenza (era la prima volta che uno del KGB manifestava un tale atteggiamento nei miei confronti), prese la penna e con gesto largo appose la sua firma. Poi, con fare gentile, disse semplicemente: "siete libero". Sono uscito dall’ufficio senza la scorta, ero libero! E subito ho elevato una preghiera di ringraziamento: Dio come sei potente, come sei buono!