Avvenire, 13 novembre 2003
LA LOTTA AL TERRORE
Dopo le minacce l'ombra di Ossama
L'attacco arriva a meno di un mese dal messaggio in cui lo sceicco del terrore "avvertiva" i Paesi alleati degli Usa. Si concretizza l'ipotesi della infiltrazione di al-Qaeda in Iraq: qui la rete agirebbe in collaborazione con i fedelissimi di Saddam
Di Camille Eid
Questa volta non ci sono dubbi: qui la mano di al-Qaeda è evidente. Nella dinamica, nella scelta del bersaglio e nella motivazione ideologica. Benladen ha così messo in pratica la sua minaccia a meno di un mese dal suo proclama. Cominciando proprio con l'Italia, che figurava all'ultimo posto tra i sei Paesi avvertiti nel messaggio audio mandato in onda il 18 ottobre scorso da al-Jazeera in cui lo sceicco si riservava "il diritto" di colpire i Paesi che hanno aiutato gli Stati Uniti nella guerra in Iraq.
L'ipotesi di una infiltrazione di al-Qaeda in Iraq diventa dunque realtà, dopo mesi di intensi sforzi americani per dare una fisionomia ben precisa ai gruppi che assaltano le loro truppe. Una regia che non esclude tuttavia l'attivismo di gruppi paralleli legati al vecchio regime, come i feddayin di Saddam o la Guardia Repubblicana (ciò vale per la zona di Tikrit), e tanto meno il supporto logistico offerto da questi ultimi ai volontari arabi, i quali non saprebbero diversamente come muoversi senza troppi rischi.
Rohan Gunaratna, esperto internazionale di terrorismo e autore di Inside al-Qaeda: Global Network of Terror, spiega che "sono i "fedelissimi" del deposto regime di Saddam a fornire ai combattenti della jihad armi, intelligence e mezzi per compiere gli attacchi, che però poi vengono eseguiti dai terroristi stranieri".
I nuovi "taleban iracheni", come li ha definiti un membro del Consiglio provvisorio iracheno, sarebbero migliaia, tutti giunti clandestinamente eludendo i controlli sui confini dell'Arabia saudita e della Siria per partecipare alla "jihad contro i crociati". Solo negli ultimi quattro-cinque mesi, sono stati 300 gli arabi arrestati, provenienti in maggioranza da Paesi del Medio Oriente o del Nordafrica. Uno di loro è stato bloccato in tempo il 27 ottobre scorso mentre si apprestava a farsi saltare con un'autobomba contro una sede della polizia a Baghdad. Durante l'interrogatorio è risultato di origine yemenita con passaporto siriano. Il gruppo più numeroso è comunque quello saudita. L'oppositore Saad al-Faqih afferma che sono tremila i sauditi fuggiti in Iraq per sottrarsi al pugno di ferro di Riad, molti dei quali con passato jihadista in Afghanistan, Cecenia o Bosnia. Sul numero, Faqih sembra non aver dubbi. "Lo si desume, afferma, dalla quantità di denunce di scomparsa presentate alle autorità saudite dalle famiglie degli interessati".
A stimolare l'arrivo in Iraq di volontari della Jihad è, secondo alcuni osservatori arabi, anche una stampa islamica propensa a presentare tutte le azioni della guerriglia come opera di una pseudo "resistenza irachena". In un sondaggio condotto la settimana scorsa dal sito di al-Jazeera, l'80 per cento degli oltre trentamila visitatori hanno risposto con un "sì" alla domanda se l'azione della resistenza accelererà la partenza dall'Iraq delle truppe straniere.
Un fatto inquietante è poi la partecipazione alle azioni terroristiche di individui giunti dall'Europa. Sebbene il giudice anti-terrorismo Bruguière abbia smentito di recente di aver mai fatto un'allusione alla presenza in Iraq di francesi musulmani, disponiamo della dichiarazione, fatta lo scorso settembre, della responsabile del carcere di Abu Gharib, Janis Karpinski, in cui afferma che almeno otto dei detenuti sono cittadini occidentali. Europei che, forse senza un preciso legame con al-Qaeda, hanno comunque risposto alle esortazioni di Benladen alla Jihad in Iraq. Nel marzo scorso, inoltre, la Siria aveva allontanato verso la Germania quattro cittadini algerini residenti ad Amburgo sospetti di voler partecipare alla guerra in Iraq. Gli espulsi, che frequentano la stessa moschea di Mohammed Atta responsabile degli attentati dell'11 settembre, vivono ora liberi in quanto nessuna legge tedesca vieta di recarsi in Iraq.