Corrispondenza Romana

ISLAM: la lezione di Nassirya

(Corrispondenza romana) Il tragico attentato alla base italiana Maestrale di Nassirya, in Iraq, ha fornito all'opinione pubblica una duplice lezione.

I terroristi iracheni hanno dimostrato di essere capaci non solo di una "bestiale ferocia", come ha detto il ministro della Difesa Antonio Martino, ma anche di un'abile strategia. Dopo aver colpito la sede dell'ONU e quella della Croce Rossa, infatti, essi non hanno risparmiato la base italiana, proprio perché svolgeva un ruolo diverso da quello delle forze occupanti, dedicandosi a soccorrere la popolazione e a promuovere la ricostruzione del Paese.

Il terrorismo non fa distinzione tra militari di guerra, "militari di pace" e civili in missione umanitaria; il suo scopo è semplicemente quello di suscitare terrore e, in questo modo, favorire lo scoppio dei dissensi fra le forze occidentali, colpendo quelle militarmente o psicologicamente più deboli.

Proprio per questo, il terrorismo ha colpito la base italiana: non tanto perché sem la meno protetta, quanto perché esso sperava di fornire una buona occasione, ai numerosi pacifisti, neutralisti ed "amici di Saddam" operanti in Italia, per suscitare nel nostro popolo una rivolta tale da costringere il Governo a ritirare le truppe dall'Iraq, creando così un precedente che potesse trascinare anche inglesi ed americani (come peraltro già successo in Libano e in Somalia), lasciando infine campo libero all'estremismo islamico. Questa manovra è però clamorosamente fallita, anzi si è ritorta contro i suoi promotori, grazie alla sorprendente reazione italiana.

Il sacrificio dei soldati italiani ha suscitato nei militari sopravvissuti la gratitudine e la volontà di continuare la battaglia, nei parenti delle vittime la rassegnazione composta e dignitosa, nelle forze armate un soprassalto di fierezza; ma soprattutto ha suscitato la commozione, la serietà e la combattività nel popolo italiano, che si è stretto attorno a vittime, parenti e sopravvissuti, dimostrando un patriottismo e una solidarietà con le forze armate che sembrava spento da tempo.

Lo testimoniano non solo l'enorme partecipazione popolare alle cerimonie funebri, ma anche le splendide lettere, biglietti e messaggi rivolti, specie dai giovani, a caduti e sopravvissuti.

In realtà questo patriottismo non era mai morto, ma era stato umiliato, zittito e addormentato dalla propaganda del pacifismo (laico ed ecclesiastico) e dei mass-media, tutti impegnati nell'abituare gl'italiani alla viltà, al cinismo e alla rassegnazione.

La tragedia di Nassirya ha rotto questo incantesimo; gl'italiani si sono resi conto che la pace e la sicurezza, sia interne che internazionali, non dipendono dall'"abbattimento delle barriere" o dalle risoluzioni dell'ONU o dalle manifestazioni pacifiste, ma dalla volontà di lottare e sacrificarsi per il bene comune, volontà tradizionalmente incarnata dalle forze armate e dell'ordine.

Se fino a ieri, anche in ambiente cattolico, il "volontariato" era contrapposto alla milizia, oggi è apparso chiaro che le stesse "missioni umanitarie", in certe situazioni esplosive, non possono nemmeno sopravvivere se non vengono protette dalle forze armate, e che comunque non si può portare soccorso se non si è disposti alla lotta e al sacrificio, anche estremo.

Ma questo vuol dire che esistono ideali supremi per i quali vale la pena di vivere e di morire e che il falso ideale di una vita comoda e pacifica, ottenuta con il compromesso o la resa, serve solo a favorire il terrorismo internazionale disarmando (dapprima psicologicamente, poi anche materialmente) sia le vittime che coloro che potrebbero soccorrerle. (CR 834/01 del 29/11/03)