Avvenire, 31 dicembre 2003
MORIRE OGGI IN MISSIONE
Pubblicato ieri l’annuale resoconto di fine anno, in cui l’agenzia "Fides" ricorda i nomi e le storie di chi perde la vita al servizio degli altri
Quelle ventinove vite spese per il mondo
L’anno che si chiude con l’assassinio del nunzio in Burundi ha lasciato una lunga scia di sangue in terra di missione. Aumentano i laici tra i "caduti per la causa del Vangelo": sono quattro. Con loro venti preti, un religioso e tre seminaristi
Di Gianni Santamaria
E' stato, purtroppo, aggiornato appena l’altroieri il tradizionale martirologio della Chiesa, che ogni anno l’agenzia Fides dedica al ricordo di quanti , sacerdoti, religiosi, religiose e laici uccisi mentre erano a servizio dell’uomo e del Vangelo nelle terre di missione. Questa fine d’anno ha, infatti, registrato l’omicidio dell’arcivescovo irlandese Michael Courtney, nunzio apostolico in Burundi, e del missionario claretiano tedesco in Camerun Anton Probst. Una scia di sangue ripercorsa alla fine dell’anno. L’elenco di 29 nomi (quattro in più rispetto al 2002 e altrettanti in meno rispetto al 2001) rappresenta, comunque, solo la parte nota di un arcipelago di cristiani anonimi che pagano con la vita la loro fede e la loro opera di promozione umana. Con l’inaudito omicidio dell’arcivescovo Courtney si chiude un anno che ha visto morire in modo violento venti sacerdoti, un religioso e tre seminaristi.
Nell’elenco non ci sono suore. Ma compaiono ben quattro laici (nel 2002 era toccato a un laico consacrato Alberto Neri Fernandez, focolarino uruguayano ucciso in Brasile, l’anno precedente a un cooperatore italiano in Ruanda, Giuseppe Berizzi). Sono due volontarie provenienti dall’estero: l’italiana Annalena Tonelli (cui dedichiamo un ampio servizio a pagina 15), uccisa in Somaliland, e la giovane spagnola Ana Isabel Sanchez Torralba (vedi box in alto), in Guinea Equatoriale. E due fedeli locali: il 23enne sacrestano salvadoregno Jaime Noel Quintanilla ucciso, insieme al 32enne sacerdote William De Jesus Ortez, nella chiesa di cui era custode; in Colombia l’impiegata dell’ospedale di Saravena, Maritza Linares, che si trovava in auto con un altra vittima. il sacerdote Saulo Carreño, 34 anni.
La macabra contabilità zona per zona: 17 i morti in Africa (6 in Uganda, 5 nella Repubblica Democratica del Congo, uno in Camerun, Burundi, Sudafrica, Guinea Equatoriale, Somalia e Kenya), 10 in Sudamerica (la Colombia conferma il suo triste primato con 6 morti, 2 in Salvador, uno in Brasile e in Guatemala), 2 in Asia (India e Pakistan). L’Africa ha anche pagato il più alto contributo, se si guarda all’origine di questi "caduti per la fede": undici. Otto i sudamericani sette gli europei (3 italiani, 2 irlandesi, una spagnola e un tedesco). Oltre alla Tonelli, gli altri due nostri connazionali sono il francescano Taddeo Gabrieli e il comboniano Mario Mantovani (freddato con il confratello ugandese fratel Godfrey Kiryowa), uccisi rispettivamente il 19 luglio a Imperatriz (Brasile) e il 14 agosto a Kotido (Uganda).
Il primo morto del 2003 è stato un sacerdote dell’ex Zaire, don Dieudonné Mvuezolo-Tovo, responsabile delle scuole cattoliche della provincia di Bas, ucciso l’11 marzo a Matadi da un militare. Poi cadevano altri tre preti, un colombiano (Nelson Gomez Bejarano, 52 anni) e due africani (Martin Macharia Njoroge, 34 anni, il fratello del quale, anche lui prete era stato ucciso nel 2000, e Raphael Ngona, della R.D del Congo). Giusto due mesi dopo il primo sangue versato, l’11 maggio era la volta di tre seminaristi minori, tre ragazzi, rapiti insieme ad altri 40 a Lachor in Uganda di ribelli dell’Lra e poi uccisi. Il giorno prima erano stati accomunati dalla stessa tragica sorte due preti congolesi, Aimé Njabu e François Xavier Mateso trovati uccisi – con numerose altre persone – a colpi di arma da fuoco nella loro parrocchia. E poi tanti altri innumerevoli atti di violenza, dovuti in qualche caso alla volontà di rapina, come quello che ha coinvolto padre Manus Campbell, irlandese, il primo europeo della lista, ucciso il 21 maggio da malviventi entrati nella sua parrocchia alla periferia di Durban, in Sudafrica, paese dove si trovava da 45 anni. O il 36enne colombiano don Jairo Garavito, soffocato dai rapinatori che lo avevano legato e imbavagliato il 15 dello stesso mese. Un’irruzione armata in parrocchia è costata la vita anche al pakistano don George Ibrahim, 38 anni, il 5 luglio del 2003.
In un’aggressione di cinque militari all’auto su cui viaggiava è morto il 26 agosto a Kavuaya (Bas Congo) don Alphonse Kavendianbuku. Don Lawrence Oyuru è caduto con altre 25 persone in un agguato dei ribelli ugandesi dell’Lra, il 1 settembre. Altro continente, stessa sorte per padre Sanjeevanda Swami, 52enne indiano, ucciso il 7 ottobre a Belur diocesi di Bangalore. Il 3 novembre è stato trovato pugnalato a morte e legato a una sedia nella casa parrocchiale di Villavicencio il 44enne sacerdote colombiano di origine libanese Henry Roberto Lopez Cruz. Ancora Colombia, 14 novembre, zona rurale di Tame: vittima di un sequestro-omicidio è il 51enne don José Rubin Rodriguez. La difesa dei poveri, scomoda per alcuni, ha armato gli assassini del 61enne parroco guatemalteco José Maria Ruiz Furlan. Infine, a Natale, il tragico preludio all’omicidio del nunzio. Dopo 24 anni nella R.D. del Congo e 11 in Camerun, terminata la Messa della notte, padre Probst, 68 anni, veniva ucciso da ladri. Una Passione intrecciata alla Natività che – con tutte le esemplari vite di questi uomini e donne – illumina di speranza tante parti del mondo.