Avvenire, 4 febbraio 2004

LA GIORNATA DELLA VITA

"Negli scorsi decenni è cresciuta l’idea che avere bambini fosse solo una opzione della coppia". E alle forze politiche la critica per aver assecondato questo fattore culturale

"La crisi demografica è questione di testa"

Il demografo Golini: fare un figlio è anche un dovere verso l’intera comunità

Da Milano Marina Corradi

Italia senza figli: questa volta, dopo le parole del Papa, si sono riempite le pagine dei quotidiani. Non è la prima volta, e forse non sarà l'ultima. Fino ad ora, ai titoli e alle denunce non è seguita una politica di sostegno alla famiglia ordinata, concreta, non estemporanea. Professor Antonio Golini, perché, mentre la situazione demografica italiana è tra le più gravi in Europa, di fatto l'agenda politica continua a trascurarla? "Come ha detto l'economista francese Alfred Sovy, la politica è un orologio che segue la lancetta dei secondi, è ipnotizzata da quella lancetta veloce - risponde il demografo -. L'economia guarda invece alla lancetta dei minuti, pure veloce, ma un po' meno. La demografia si muove col passo delle ore, nel lungo periodo. Quando si capisce ciò che è successo, ormai è notte. Ma è un tempo difficilmente comprensibile per la politica, che presa dall'assillo dei secondi dice: ci penserò domani. Oggi poi, addirittura, la finanza e Wall Street camminano sul filo dei decimi di secondo. Non c'è quasi la possibilità di pensare per il lungo periodo, come fece ai suoi tempi Bismarck, quando ideò il sistema pensionistico".

E questo vale per tutto l'Occidente. Ma l'Italia, sembra più afflitta dei vicini, quanto a politica familiare. Perché?

Perché se la Svezia adotta un provvedimento di politica familiare, tutti son pronti a plaudire all'impeccabile modello sociale svedese. Se lo stesso provvedimento lo adotta la Francia, già è una misura nazionalista. Ma se quel provvedimento per la famiglia viene preso in Italia, subito qualcuno grida che è una legge fascista. Questa memoria, questa eco del Ventennio ci ha inseguito per cinquant'anni - solo adesso si sta attenuando. Nel frattempo, però, negli anni '70, la stagione politica del divorzio, dell'aborto, dei diritti delle donne ha aperto la strada a una cultura per cui i diritti individuali risultano sempre superiori alle esigenze della famiglia e della collettività. Questa cultura, fra gli anni '70 e '90, ha interpretato ogni ipotesi di politica in favore della famiglia come un'interferenza clericale.

Tuttavia fino agli anni '80 sostanzialmente l'Italia era in mano alla Dc...

Sia la Dc che il Pci non hanno sostenuto a mio parere un'autentica politica per la famiglia perché accomunati da una visione o ecumenica, o internazionalista del problema. Né la Dc né il Pci pensavano alla questione demografica in una dimensione nazionale, e oggi gli eredi tendono a immaginarla risolvibile grazie all'immigrazione. Una lettura questa che a me pare cinica: perché gli uomini non sono barili che si spostano là dove servono. Perché l'immigrazione svuota una terra della sua gente più forte. E lo lasci dire a me, che sono calabrese. 4 milioni di italiani hanno lasciato il Mezzogiorno dal '51 al '71. È stato certamente un impoverimento, non una scelta elettiva. L'immigrazione - che pure è necessaria, e da favorire con politiche di inserimento graduali - non è la scelta elettiva per l'equilibrio demografico dell'Europa.

Dunque, questi figli che mancano dovremmo tornare a metterli al mondo anche noi.

Il fatto è che tutti i fattori culturali cui abbiamo accennato si sono nei decenni come stratificati, e l'idea di generare un figlio ha perduto ogni valenza collettiva: è diventata mera opzione individuale della coppia. Voglio dire che, mentre è a tutti abbastanza chiaro che lavorare è un diritto, ma anche un dovere, non è più così chiaro che avere dei figli è un diritto, ma anche un dovere verso la società. C'è la coscienza del diritto - se avere figli, quando, quanto, pure se non accompagnata da un'adeguata politica familiare - ma manca spesso la coscienza del simmetrico dovere verso la collettività di averne.

La riforma Raffarin, che pochi mesi fa in Francia ha portato al 4,5 del Pil l'investimento pubblico destinato alle famiglie, ruota essenzialmente su un motto: conciliare i tempi del lavoro con quelli della famiglia. Il tempo, prima ancora che il denaro, al centro del progetto di risalita demografica.

Credo che sia la chiave più attuale. In tutta Europa le donne studiano più degli uomini. È impensabile che lo facciano per tornare a casa. E evidente che il futuro va nella direzione di una conciliazione fra il tempo del lavoro domestico e quello dell'ufficio. È un cambiamento culturale profondo, il vero nodo della questione. Ma la prima cosa che deve cambiare è l'atteggiamento dei datori di lavoro: che, ad oggi, normalmente, non prendono affatto bene la notizia che una dipendente è incinta. Si tratta di fondare una cultura di "children friendly companies", di "aziende amiche della maternità", come ha cominciato a fare la Francia (asili nido aziendali, conservazione del posto di lavoro alle madri durante la maternità, part time, ndr). Tutta la questione demografica, me ne convinco sempre di più, è al fondo una questione culturale, una questione di testa. È a questo livello che bisogna lavorare. In fretta, perché il problema è serio. Oggi nascono pochi bambini, ma, se ci pensiamo, nascono 1,26 bambini dalle tante mamme della classe 1974. Nel 2034, se nasceranno 1,26 bambini dalle pochissime mamme della classe 2004, saremo veramente in pochi". Già, la crisi demografica s'avvita su se stessa. La lancetta va lenta. Ma a un certo punto si fa buio, e allora è troppo tardi.