Il Foglio, 13 febbraio 2004
Tutti sotto l’ombrello russo (con la benedizione di Putin), un motto per le pericolose relazioni panortodosse
Il patriarca di Mosca, Aleksij II, e il suo bellicoso "ministro degli esteri" Kirill, hanno lanciato un’offensiva su più fronti per strappari il primato a Costantinopoli
Kirill, alla vigilia della visita del cardinale Kasper, ha rilasciato dichiarazioni al curaro contro i cattolici
Kirill è il "ministro degli Esteri" del patriarcato di Mosca e il numero due della gerarchia ortodossa russa. In verità, qualcuno dice che ormai è il numero uno, dato che l’anziano patriarca Aleksij II, pur parzialmente rimessosi in salute, è pieno di acciacchi e recenti nomine in posizioni
strategiche hanno visto promossi tutti uomini legati a Kirill. Comunque sia, toccherà proprio a lui menare le danze dell’attesa visita a Mosca del "ministro per l’ecumenismo" del Vaticano, il cardinale Walter Kasper,
prevista dal 16 al 20 febbraio.
Tanto per dare il benvenuto all’illustre ospite (che già due anni fa fu bloccato in segno di protesta per la creazione di quattro diocesi fatta da Roma) il metropolita Kirill (uso ad accogliere con solennità tutti i cattolici che gli appaiono pronti a rinunciare a qualsiasi presenza in terra russa e si dimostrano proni alle pretese ortodosse) ha rilasciato delle dichiarazioni al curaro. "I cattolici non devono intromettersi in Russia" ha detto, e ha avuto l’accortezza di utilizzare un verbo che letteralmente, più che intromettersi, significa "impicciarsi, ficcare il naso"; un verbo che si addice più al linguaggio delle bande di quartiere che a quello delle elazioni ecumeniche.
Per chiarire il suo pensiero, Kirill ha aggiunto che "rifiutiamo categoricamente qualunque strategia missionaria contro la Russia, non ammettiamo che sotto la parvenza di relazioni fraterne e di dialogo prosegua l’attività missionaria ben pianificata e finanziata nei confronti del nostro popolo". Al suo vice, Kirill ha lasciato l’incarico di esplicitare, per la milionesima volta, quali sono le pietre d’inciampo sul cammino del riavvicinamento a Roma, le stesse pietre che, da sempre, tengono chiuse al Papa le porte della Russia: "Il proselitismo, cioè l’attività missionaria dei cattolici tra persone appartenenti all’ortodossia per battesimo o per tradizione culturale" e, soprattutto, il problema dei greco-cattolici ucraini che "fanno pressione sul Vaticano perché trasferisca la sede del capo della loro chiesa da Leopoli a Kiev e lo nomini patriarca".
Sembra proprio la situazione ucraina la vera mina vagante tra Mosca e Roma. I greco-cattolici costituiscono una Chiesa vivace, con tradizioni canoniche e rituali identiche agli ortodossi, ma in piena comunione con
Roma. Furono liquidati da Stalin e i loro beni incamerati dal patriarcato di Mosca. Recuperata la libertà nel 1990, si sono riorganizzati e adesso il loro sinodo chiede per il primate Husar lo status patriarcale (il massimo dell’autonomia concessa da Roma) e lo spostamento della sede dalla decentrata Leopoli alla capitale Kiev. Di fronte a questa prospettiva Aleksij e Kirill gridano all’invasione, alla violazione del territorio canonico, allo spregio romano della tradizione ortodossa. Nessuno è in grado di pronosticare come la visita di Kasper a Mosca si potrà concludere. Certo, le premesse non sono incoraggianti.
Alla conquista di Manhattan
Ma il "fronte cattolico" non è l’unico sul quale la gerarchia ortodossa di Mosca si trova impegnata. Una partita delicata si sta giocando sul terreno dei rapporti all’interno dell’ortodossia. Una partita molto cara a Putin, che secondo alcuni osservatori concepisce la Chiesa ortodossa come
una delle pedine della sua politica internazionale tesa a recuperare un ruolo da "quasi superpotenza". Per ottenere tale obiettivo, l’unità dei credenti ortodossi (che nel mondo sono circa 300 milioni, metà dei quali hanno a che fare con la Russia) sotto l’egida di Mosca rappresenta un tassello importante. Non per nulla a un recentissimo convegno le dichiarazioni di parte ecclesiastica e di parte politica sono state singolarmente consonanti. Il patriarca: "La Chiesa ortodossa russa desidera servire la causa dell’unità e della fratellanza dei popoli ortodossi". Il ministro degli esteri Ivanov: "Una parte irrinunciabile
degli sforzi per affermare il ruolo originale della Russia nell’arena mondiale è la collaborazione tra la diplomazia russa e la Chiesa ortodossa russa".
L’offensiva del patriarcato per coagulare attorno a sé il mondo ortodosso si svolge a parecchi livelli. Lo scorso primo aprile Aleksij ha scritto alla Chiesa ortodossa russa in Europa occidentale, chiedendo di superare le antiche divisioni risalenti al periodo sovietico e di costituire una circoscrizione ecclesiastica con tutta l’autonomia possibile, ma, ultimamente, dipendente da Mosca. Molti ortodossi, soprattutto in
Francia e Inghilterra, hanno cortesemente, ma fermamente risposto che non è più il tempo di far riferimento a una sacrale "russicità", che loro si sentono pienamente ortodossi, ma altrettanto pienamente occidentali
e che, in tal senso, l’ubbidienza al patriarcato ecumenico di Costantinopoli li fa sentire più garantiti.
Altra tappa importante si è avuta a dicembre, quando è stata ricevuta a Mosca una delegazione della Chiesa ortodossa degli Stati Uniti. Questa Chiesa si è staccata dal patriarcato moscovita ai tempi del cedimento
di quest’ultimo di fronte al potere sovietico. Ora Aleksij vorrebbe riportarla nel grembo della sua giurisdizione. Le prime dichiarazioni dopo l’incontro sono state euforiche, anche perché la stampa filogovernativa
era stata invitata a sostenere a spada tratta l’unificazione. In realtà, dopo
aver riunito i propri organismi direttivi, gli ortodossi d’oltre Atlantico hanno ribadito punto su punto le questioni che li separano da Mosca. Il segretario del loro sinodo, Gavriil di Manhattan, ha detto senza mezzi termini: "Molti tra noi hanno espresso sfiducia nei confronti del patriarcato di Mosca, dove restano ancora parecchi vescovi che a
suo tempo avevano dovuto collaborare con il Kgb. Anche ora che la cortina di ferro è caduta ed è subentrata la libertà, continuiamo
a ritenere che le questioni che ci dividono non possono essere semplicemente dimenticate. Siamo e restiamo autonomi".
Fin qui i rapporti "intrarussi". Ma la strategia del patriarcato si rivolge a tutta l’ortodossia. L’obiettivo è lo stesso che aveva mosso Stalin alla fine degli anni Quaranta: fare di quello di Mosca il patriarcato guida di tutta l’ortodossia, una scimmiottatura di ciò che il Vaticano è per la cattolicità.
Nel pieno della recente crisi, i leader religiosi della Georgia si sono riuniti a Mosca attorno al patriarca Aleksij. Il suo omologo Il’ja (anch’egli patriarca e formalmente del tutto indipendente da Mosca) si è mostrato
estremamente sensibile agli interessi russi nel suo paese (e forse proprio per fare un favore ad Aleksij aveva impedito che venisse firmato il protocollo d’intesa tra il governo georgiano e il Vaticano). I leader religiosi sono stati ricevuti in pompa magna dal presidente Putin, che non vuol perdere influenza nella strategica regione del Caucaso; e i legami religiosi possono sempre venir buoni. Così come possono venir buoni
per attirare di nuovo nell’orbita russa la recalcitrante Ucraina. Putin vi ha fatto un viaggio a fine gennaio; non ha evitato di visitare il famoso monastero delle Grotte di Kiev e di farvisi fotografare assieme al presidente ucraino Kuchma e all’immancabile Kirill. La stampa allineata sottolinea poi come il "sentore popolare ucraino" sia favorevole a una riunificazione alla Russia dell’Ucraina, che, non per niente, si chiama
anche "piccola Russia".
Piccole ripicche
Ma la partita più decisiva si gioca con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che tradizionalmente ha un primato di onore tra gli ortodossi, pur avendo un esiguo gregge di fedeli. Su questo campo si va dalle ripicche per il possesso di qualche chiesa, come è successo per la cattedrale di Budapest a settembre, alle risentite rimostranze, come nel caso della visita di Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, a Cuba.
Questi si è recato nell’isola caraibica per ricevere da Fidel Castro una chiesa; a Mosca hanno gridato allo scandalo: ma come? con tutto quello che noi russi (sovietici) abbiamo fatto per Cuba, Fidel va a dare una chiesa ai turchi (vedi articolo in basso, ndr). Il solito Kirill ha preferito volare alto: "Le relazioni più difficili le abbiamo con il patriarcato di Costantinopoli… perché si sente responsabile delle sorti di tutta l’ortodossia: è qualcosa di desunto dall’idea cattolica del ruolo del vescovo di Roma".
L’ufficiosa "Unione dei cittadini ortodossi" gli ha fatto eco con toni ben più determinati: "L’ideologia del ‘papismo orientale’ del patriarca di Costantinopoli non ha niente in comune con la tradizione della Chiesa ed è inaccettabile per la maggior parte delle chiese locali".
L’asso nella manica di Mosca a livello di relazioni panortodosse è stato l’annuncio di voler convocare un Concilio universale. L’idea, ancora una volta, era già stata avanzata in periodo sovietico per le solite ragioni
di supremazia. Ora Aleksij torna a tessere la sua tela: ha incontrato il patriarca di Antiochia e, recentissimamente, quello di "Alessandria e di tutta l’Africa". Proprio in quest’ultima occasione Aleksij ha lanciato
l’idea del Concilio, che farebbe della sua sede l’indiscusso vertice dell’ortodossia mondiale. Ovviamente, come ha osservato lo stesso patriarca, il principale avversario della convocazione del Concilio è Bartolomeo di Costantinopoli.
La paventata fusione tra chiese e potere
In tutta questa trama di manovre politico-ecclesiastiche non mancano le voci di dissenso. Soprattutto da parte di quegli osservatori che temono l’ingerenza della gerarchia ortodossa nella vita civile, come ricompensa
da parte dello Stato dei suoi servigi in politica internazionale. Violento è
stato il dibattito sull’introduzione nelle scuole dell’insegnamento di "Fondamenti di cultura ortodossa". Anche sulla presenza di sacerdoti nell’esercito così come sulle esenzioni fiscali per le opere di religione
il dibattito è stato ed è feroce. Al di là delle polemiche, quello che molti paventano è che l’ortodossia venga di fatto a configurarsi come nuova "religione di Stato". E la preoccupazione, oltre che per la laicità dello Stato, riguarda anche la salute della stessa Chiesa, come ha scritto Nikolaj Shaburov, direttore del centro studi sulle religioni dell’università umanistica di Mosca: "La fusione della Chiesa con il potere è un sintomo pericoloso. I regimi politici non sono eterni. L’appoggio della Chiesa al potere le sarà imputato a colpa dalla società".