Avvenire, 21 febbraio 2004
DIBATTITO
Né folklore né superstizione: dopo anni di dimenticanza si rivaluta la religiosità fatta di riti e vitalità. La polemica viene dal Sud
Pietà popolare, il risveglio
Un convegno a Molfetta fa il punto su quella che gli antropologi hanno ingiustamente chiamato la "religione delle classi subalterne". Feste e processioni vanno rivalutate e non relegate ai margini della fede cristiana
Dal Nostro Inviato A Molfetta
Maurizio Blondet
Padre Ignazio Schinella rievoca l'uso popolare di ornare i Sepolcri, allestiti in chiesa, non con fiori qualunque, ma con germogli di lenticchie o di grano. "E' un'evidente allusione a Giovanni: Se il seme non muore...". Parla della più antica usanza della gente del Sud di passare la notte prima di Pasqua sulle tombe dei propri morti: attesa della resurrezione. O la festa calabrese dell'Affruntata, sacra rappresentazione dove è San Giovanni ad annunciare alla Madonna che suo Figlio è risorto: come dire che anche la Vergine, per credere, ha bisogno della Chiesa. "La pietà popolare è pura teologia giovannea", conclude, "metafisica sensibile". Padre Schinella è relatore al convegno, voluto a Molfetta dalla Pontificia Facoltà Teologica Meridionale, il cui titolo già dice molto: "Cristianesimo popolare oggi: persistenza o novità? Rischio o chance?". Ma quel che emerge dalla discussione è un vero mutamento di prospettive, da parte di docenti e teologi.
"Il punto è che, specie nel Meridione, mentre la pratica religiosa cala, permangono molto radicate forme di religiosità popolare", dice monsignor Carlo Greco, preside della Pontificia Facoltà. "Dobbiamo sforzarci di capirle, prima di guardarle con sufficienza", rincara Salvatore Palese, direttore dell'Istituto Teologico Pugliese: "E' un deficit della cultura cattolica questo svalutare la pietà popolare: o parliamo di "religione delle classi subalterne", facendoci succubi dell'analisi marxista dell'etnologo Ernesto De Martino, o sentiamo il bisogno di "purificare" e "correggere" manifestazioni "folkloriche"... il risultato è che ci siamo appiattiti sull'aspetto dottrinale, soffocante, mentre la fede popolare è vita. E' la cultura del reale, la via del Verbo che s'incarna".
E' significativo che questa revisione venga rivendicata dal Sud: non solo perché qui vivono ancora le forme popolari, ma perché è la fine, forse, di un complesso d'inferiorità. "C'è una "questione meridionale" nel mondo cattolico", spiega Palese: "Ai tempi di Pio X, furono mandati qui vescovi del Nord che fecero piazza pulita, con un'incomprensione che, oggi, lascia sgomenti". Specie da quando si rispettano le forme etniche della fede, e si importano messe africane o messicane. "E' forse venuto il momento di farsi evangelizzare dalla religiosità popolare", sostiene il teologo Adolfo Russo, docente della Pontificia Facoltà.
Molti dei relatori si sono domandati se, in certa pratica del post-Concilio, non si sia esagerato nella volontà di "purificare" e di razionalizzare. "La Festa del patrono spostata a giorno feriale, per non svalutare la Messa", esemplifica Schinella: "Il risultato è che la gente non va a Messa la domenica". Angelo Natale Terrin (antropologo culturale alla Cattolica di Milano e a Padova) dubita che nel post-Concilio si sia troppo voluto "spiegare, parlare, rendere esplicito" il rito cristiano, finendo così per "soffocare l'esperienza vissuta", e il mistero. In ogni religione, ha ricordato con Mircea Eliade, il rito è "una rottura di livello", che prepara l'accesso al sacro con un potente "stacco" dalla vita di ogni giorno. Una liturgia molto verbale e pedagogica, con le migliori intenzioni, è fredda. E soffre della "competizione dei riti profani", dalle partite di calcio ai concerti rock, dove si cerca "l'esperienza collettiva", fortemente ritualizzata.
Come dice Schinella, "noi abbiamo smesso di fare le processioni, e la Cgil fa ancora le manifestazioni". Lo psicologo Angelo Sabatelli (Istituto Teologico Pugliese): "Nel magistero, fede popolare non è mai opposta a una fede dei dotti, di élite. Questa contrapposizione viene dall'ideologia, marxista o illuminista". E s'è chiesto: "Questa persistenza del "popolare", che inquieta molti pastori, non sarà anche una resistenza sana alla globalizzazione massificante?".
Certo è, per Schinella, che "i giovani che vengono ai seminari non sono figli delle lettere pastorali e dei testi conciliari, sono figli del cattolicesimo popolare. Quello che hanno appreso in braccio alla mamma e alla nonna. Quello vivente".
Ma, appunto, una tradizione vivente non rivive, una volta recisa. Non si chiude a stalla a buoi scappati? Domenico Pizzuti, sociologo della Pontificia Facoltà, nota che la fede popolare è oggi frammentata, smagliata, contaminata dalle forme della modernità mediatica. "E' un flebile rumore di fondo. Quanto informa davvero la vita?". Col rischio che davvero resti folklore da museo, "superstizione" (che significa appunto "residuo"). Del resto, non tutti sono d'accordo con la nuova attenzione all'antico sapere del popolo. Un sacerdote continua a temere che nella fede popolare si annidi "il virus del paganesimo" (ben altri virus ci insidiano oggi); un altro nota che, effettivamente, il richiamo del Concilio a un cristianesimo "adulto" non sembra aver fatto breccia. Forse non tutti possono essere adulti.
Il popolo resta bambino, vuole miracoli, guarigioni. A questa osservazione, Schinella ricorda: "Cartesio, padre del razionalismo, lamentava che gli uomini nascessero bambini, giungendo tardi alla ragione: secondo lui, ciò impediva il progresso. Voleva nascessero adulti". Gesù disse il contrario. "Se non diventerete come bambini...".
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Avvenire, 21 febbraio 2004
È incominciata una "ricomprensione" dei format religiosi
Fede popolare, con occhi nuovi
Maurizio Blondet
Paolino di Nola in realtà era nato a Bordeaux. Gran signore, fu mandato in Campania come alto amministratore romano. Una volta, lì visitò il santuario del martire Felice: il calore dei fedeli mediterranei, che circondava il luogo, lo convertì subitamente. Fu allievo di Ambrogio da Milano; si fece monaco, e volle abitare nel santuario, fra il popolo e i poveri. Corrispose con Agostino a cui chiese fra l'altro come reagire a quei devoti che volevano farsi seppellire presso il sepolcro di Felice. Da neoplatonico, Agostino era incline a temere in quel desiderio un sentore di magia e superstizione. Paolino (a sua volta padre della Chiesa) era meno rigoroso: non voleva rigettare quella devozione, pensando potesse essere rettificata. L'ha raccontato monsignor Domenico Sorrentino, segretario della Congregazione per il culto divino, a conclusione di un convegno straordinario che la Facoltà Teologica Meridionale ha tenuto a Molfetta: "Cristianesimo popolare oggi".
Passano i secoli, ma la tensione permane: fra la devozione del popolo e lo spiritualismo dotto; la cordiale popolarità dei santi e la sufficienza degli intellettuali; e l'apprensione di qualche giovane seminarista che guarda a volte scandalizzato al correre di denaro nei santuari del Sud, a certo arcaismo, all'esibizione e al miracolismo, alle "impurità" della devozione popolare. Monsignor Sorrentino, già prelato del Santuario di Pompei, è stato più conciliante. La novità, forse rivoluzionaria, è che nel clero del Sud si sia disposti oggi a guardare al cattolicesimo della plebe come a un tesoro, anziché come a un rischio inquietante. Più d'uno dei docenti ha riconosciuto che, forse, "ci si può far evangelizzare dalla religiosità popolare". Ci pare il riscatto su un antico complesso d'inferiorità. E una riconquista spirituale. Tenace, la gente meridionale ha mantenuto processioni, santi patroni, statue impreziosite d'oro, richieste di miracoli e cortei dei santi medici, pazientemente resistendo ai benintenzionati attacchi degli "aggiornati", dei banditori della "fede adulta" unilateralmente intesa. Sotto feste e riti "scandalosi", ha conservato fedele un patrimonio teologico in attesa che i dotti lo riscoprissero. E che la Chiesa d'Italia capisse quant'è fortunata, ad avere ancora un popolo di santuari e processioni. Perché è la carne del cristianesimo, che tiene aperte le chiese. In Olanda, davanti ai portoni artistici delle cattedrali si parcheggiano le auto; è il supremo successo di un cattolicesimo puro e adulto, che ha depurato la fede dal popolo. Tutto senza tensioni, si dice, non accorgendosi dell'involontaria autoironia.
Nel nostro Meridione, non mancano manifestazioni di attaccamento focoso, irruenze, commistioni. Tant'è che i vescovi non di rado sono intervenuti per distinguere e correggere. Talora questo mondo sarà anche inelegante, ma è segno che la gente sente la religione come "sua". In Italia, anzi a Milano, entrate in una stazione di polizia o dei carabinieri: dal muro vi guarda, quasi immancabilmente, una foto di padre Pio. Il santo più meridionale del nostro tempo. Iniziativa privata, devozione, del maresciallo e del vicequestore. Credo che ogni arrestato, anche il peggior farabutto, guardi quel Padre Pio come una garanzia: non è stato catturato da SS. È fra gente nostra. Fra esseri umani: o fra cristiani, come si dice nel Sud. Se sapessimo quanto siamo fortunati.