Corriere della Sera, 23 febbraio 2004

La figlia di Khomeini: "A mio padre questo regime piacerebbe"

INTERVISTA DAL NOSTRO INVIATO

TEHERAN — Che cosa pensa del voto iraniano, la figlia di Khomeini?

"A Teheran, questa volta non ho presentato neanche la mia lista. I soldi della campagna elettorale li ho mandati ai terremotati di Bam".

Vuol dire che considera queste elezioni illegali?

"No, io non ho seguito il boicottaggio dei riformatori. Sono andata a votare. Però sono un'indipendente, non sto né coi conservatori né coi riformatori".

Suo padre l'avrebbe pensata allo stesso modo?

"Certo".

Una lampadina fioca, pareti senza un quadro, mobili d'un cupo marrone sulla moquette grigia. Unico vezzo, il centrino beige vicino alla foto di papà Ruhollah. La diffidenza della dottoressa Zahra Mostafavi, 62 anni, quarta figlia dell'ayatollah che venticinque anni fa rivoluzionò l'Iran e terremotò il mondo, è un velo nero che prima la chiude fino agli occhiali e piano piano si apre, fino a scoprirle il viso e a farle chiedere, ribaltando i ruoli: "Ma perché le interessa tanto parlare con la famiglia dell'imam?".

Perché queste elezioni si sono giocate nel nome di suo padre: è vero che la rivoluzione islamica del 1979 è stata tradita da un regime sempre più asfissiante, come dicono gli studenti e i riformatori? O è vero che è stata tradita da chi ha aperto alle riforme, come sostengono i conservatori?

"Parlano tutti pensando solo agli interessi personali. Se vuole, prima le racconto che cosa fu la rivoluzione per la mia famiglia".

Va bene...

"Io nel 1979 facevo il dottorato in filosofia a Teheran. Erano già nati i miei due figli, il ragazzo che si chiama come il nonno ed è un religioso a Qom, la ragazza che ora fa l'avvocatessa. Non mi sono persa una marcia di protesta contro i Pahlevi. Telefonavo a mio padre e a mia madre in Iraq, a Parigi, dov'erano in esilio, ma ero molto controllata. Era quello, l'Iran che toglieva libertà. Non questo che accusate oggi".

A esser sinceri, suo padre non passava per un gran libertario.

"L'imam non era come i vecchi che danno ordini ai giovani: fai questo, fai quello... Lui ti chiedeva le cose coi suoi comportamenti esemplari. Era di quelli che non dicono "non andartene", casomai dicono: "Se puoi, rimani". Era ossessionato dalla puntualità, voleva che rispettassimo la legge. Ma in casa, se avevamo opinioni politiche diverse, voleva discuterle".

Khomeinismo però è sinonimo di libertà calpestate: ci sono state repressioni, migliaia di condanne a morte...

"E' un'immagine falsata. L'Occidente non gli ha mai perdonato l'essere contro una monarchia feroce e contro l'America. Lui era uno che voleva fosse applicata la legge, questo sì. Non c'è Paese islamico che non esiga il rispetto della legge".

Che cosa direbbe suo padre dell' Iran di oggi?

"Che è simile a quello che voleva. Lui ha detto delle cose, però è passato tanto tempo: la gente, i pensieri cambiano col tempo. Anch'io sono cambiata. Quel che conta, è che Allah resti al centro della nostra vita. E questo non è cambiato. La libertà, poi, c'è: si può occupare il Parlamento, parlare contro la guida spirituale, l'opposizione può esprimersi. Possono dire d'avere fatto le riforme, anche se non le hanno fatte. Pure io sono qui a discutere con lei: ha visto quant'è facile? Intervistare la figlia di Bush è altrettanto facile?".

Ma di che libertà parla, in un Paese dove il Consiglio dei guardiani della rivoluzione, a poche settimane dalle elezioni, cancella 2.500 candidati dalle liste?

"Se uno va a litigare col suo vicino e gli dà del ladro e del mascalzone, non è giusto multarlo?".

No, se è un deputato che esprime un'opinione politica su un altro deputato: le democrazie occidentali funzionano, o dovrebbero funzionare, così.

"L'uomo si differenzia dagli animali perché non è selvatico: se fa una cosa sbagliata, se viola la legge, se fa del male all' Islam, dev'essere punito. Questa è la nostra idea di libertà. Mio padre aveva quest'idea: uguaglianza nella legalità, legalità all'interno della legge islamica".

Sono stati chiusi anche i giornali che criticavano...

"Il discorso è lo stesso: ogni Paese si dà la legge che vuole. In Francia, proibiscono il velo alle donne islamiche. Per secoli hanno detto che erano uno Stato laico, adesso tutto d'un colpo scoprono d'avere radici religiose. Vogliono imitarci?".

Oggi, anche in Iran, molti vorrebbero separare lo Stato dall'Islam.

"La Costituzione è lì. Se qualcuno è contro questo principio, è contro l'imam. E non è vero che sono molti a volere quello che dice lei: 2.500 persone su 60 milioni d'iraniani sono una goccia nel mare. Il popolo ha lottato, per avere tutto questo. Se il prossimo anniversario della rivoluzione o della morte di Khomeini nessuno scende in strada a festeggiare, ne prenderemo atto: la gente non vuole più questo sistema. Non è così, però. La legge che ha voluto mio padre va custodita e uno dei gruppi incaricato di farlo è il Consiglio dei guardiani. Sui candidati esclusi, i guardiani hanno fatto un ragionamento semplice: come può entrare in Parlamento e scrivere leggi uno che le leggi le ha violate?".

Violate in che modo? Chiedendo più libertà?

"Io non conosco i casi personali. Ma so che non si parla contro Allah e contro Maometto: chi lo fa non va in Parlamento. La legge punisce i ladri, gli assassini, le spie, chi vuole riportare l'Iran sotto l'America".

Che cos'avrebbe detto suo padre delle aperture agli Stati Uniti?

"Sarebbe stato contrario. L'America mette i piedi dove non deve. E' un Paese come gli altri che vuole interferire negli affari e nelle teste di tutti. Guai a dimenticarlo: sono i nemici dell'Iran".

Francesco Battistini