Corriere della Sera, 26 febbraio 2004

"Gli imam menti della cellula eversiva"

Gli inquirenti sottolineano l’eloquenza dei documenti sequestrati: "Ammazzare è un obbligo e terrorizzare è legge", "Roma sarà riconquistata con la forza".

Appello del pm al governo: ci mancano traduttori e questo rallenta le indagini

MILANO — "La religione diventi una spada sul collo dei cristiani, perché la terra crolli sotto i loro piedi come in un terremoto, perché le loro bombe scoppino su di loro e sui loro figli": non va per il sottile il marocchino Najib Rouass predicando l’ 8 dicembre scorso nella moschea di Cremona, imbottita di microspie dalla Digos. Da un paio di mesi, da quando il suo connazionale Mohamed Rafik è stato arrestato, è lui la guida spirituale del luogo di culto. E seguendone il solco tracciato nell’integralismo più esasperato, Rouass raggiunge il suo predecessore in carcere. E’ lui l’ultimo a finire dietro le sbarre nell’inchiesta che in tutto ha portato in carcere cinque nordafricani. Sono accusati di aver diretto la moschea e di aver costituito al suo interno una cellula del terrorismo islamico.

Un "focolaio eversivo", lo definiscono i magistrati bresciani, attizzato dagli imam (una funzione svolta da tre degli indagati e da Ahmed El Bouhali, formalmente latitante, ma ritenuto morto in Afghanistan) che dal ’ 98 si sono succeduti a Cremona arrivando a progettare attentati al Duomo della città e alla metropolitana di Milano per fare centinaia di vittime a fine 2002.

"A Cremona la cellula eversiva ha avuto continuità nel tempo, il cuore nella moschea e la mente negli imam", conferma il procuratore di Brescia Giancarlo Tarquini parlando dell’inchiesta guidata dal procuratore aggiunto Roberto Di Martino. Anche se l’indagine si fonda in parte sui risultati delle inchieste milanesi che hanno riguardato alcune cellule ritenute legate ad Al Qaeda, Tarquini sottolinea la "autonomia" e la "indipendenza" del gruppo cremonese che, precisa, si sarebbe organizzato prima degli altri.

Per quanto riguarda poi i progetti di attentati, riferiti agli inquirenti da un tunisino arrestato a Milano per droga, il magistrato è convinto che non si tratti di semplici "farneticazioni".

Gli investigatori sono al lavoro per esaminare la montagna di documenti, filmati con scene cruente di guerriglia e d’addestramento militare, fotografie, e-mail e programmi immagazzinati nei computer sequestrati durante le perquisizioni eseguite prima e durante gli arresti. "Materiale inequivocabile — lo definisce il pm Di Martino — che non ha nulla a che vedere con la diffusione delle opinioni" e che, invece, dimostrerebbe come gli indagati si siano impegnati "nella raccolta di fondi per la guerra santa in Cecenia" e fossero molto "sensibili" ai movimenti terroristici che si oppongono ai governi di Marocco e Tunisia considerati filoccidentali. Per sottolineare la pericolosità delle idee contenute in questi documenti, l’ordinanza ne riporta i passi più inquietanti. In uno si sostiene "la legittimità di uccidere i turisti stranieri e i civili nel contesto della lotta islamica armata", in un altro si teorizza che "ammazzare è un obbligo e terrorizzare è legge" oppure che "la distruzione di Roma è da farsi con la spada: chi distruggerà Roma sta già preparando le spade", "Roma è la croce" e "l’obiettivo dell'Islam è conquistare tutta la terra e Roma sarà conquistata con la forza".

Esaminare tutto ciò sarà un’impresa ardua, resa ancora più complicata dalla "difficoltà di trovare interpreti non coinvolti religiosamente", dice Di Martino. Un "problema", quello dei traduttori, per così dire, indipendenti, di cui dovrebbe farsi carico il governo perché, secondo il Pm, "è il principale ostacolo che rallenta le indagini".

Soddisfatto il ministro degli interni Giuseppe Pisanu secondo il quale l’inchiesta conferma "la presenza e la pericolosità del terrorismo islamico" in Italia. Un fenomeno di cui prendere atto "realisticamente" continuando a "combatterlo, come stiamo facendo, senza allarmismi o sottovalutazioni egualmente dannosi".

La supposta pericolosità dell’ultimo personaggio fermato è segnalata anche nelle carte dell’arresto degli altri protagonisti di questa vicenda. Najib Rouass, 38 anni, infatti, fu controllato dalla polizia a Varese il 27 giugno 2003.

Con lui c’era Mohamed Rouiane il quale, secondo le autorità Marocchine, avrebbe fatto parte con Rafik del gruppo terrorista Assalafia Al Jihadi, responsabile degli attentati compiuti da kamikaze che a maggio 2003 hanno fatto 24 morti a Casablanca. E nei suoi scritti "significativamente contrassegnati dal logo di un kalashnikov, lo stesso Rafik esprime il proposito di " poter combattere fino alla morte" e inneggia " all'obbligatorietà dell’uso della spada per tagliare il collo a cristiani e ebrei fino a quando non verrà adorato un unico Allah".

Giuseppe Guastella gguastella@corriere.it

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Il vescovo insiste: "Sì al dialogo, non vanno criminalizzati"

La città è divisa. L’opposizione impugna le foto di uno degli arrestati che prega accanto a monsignor Lanfranconi e la curia accusa il colpo

Il sindaco Bodini, ulivista: "A me l’equazione Islam uguale terrorismo fa davvero schifo". La Lega: "Se vogliono ospitare i delinquenti islamici se li mettano nelle loro case"

CREMONA

DAL NOSTRO INVIATO

CREMONA — "E’ il solito esempio di buonismo cattolico suicida e non dico altro perché altrimenti si offende un prete", tuonava il capogruppo leghista Petrisso De Petris. E il sindaco Paolo Bodini gli andava sulla voce: "Ma perché non chiedete l’intervento del vostro ministro dell’Interno, invece di fare lo scaricabarile?".

Cronache dal consiglio comunale di Cremona del 20 febbraio, all’ordine del giorno la scelta della giunta di concedere (in via temporanea e a pagamento) una palestra comunale per la preghiera del venerdì della comunità islamica. La moschea di via Massarotti era stata messa fuori uso per un mese dall’Azienda sanitaria locale che aveva trovato irregolari alcuni tramezzi innalzati per la costruzione di un gabinetto. Anche la Curia aveva dato la sua disponibilità a trovare una sede provvisoria agli islamici e la Lega Nord non l’aveva presa bene, come testimoniano le parole di De Petris.

Ed era una settimana fa. Figurarsi adesso, che hanno arrestato il "centravanti". Khalid Khamlich, marocchino di Casablanca, responsabile amministrativo della moschea e titolare di una macelleria islamica, ha giocato in una miriade di squadre dilettantistiche della zona. Ha 38 anni, da venti vive a Cremona dove ha lavorato come muratore, falegname archettaio, metalmeccanico. Dopo tre ernie del disco, aveva lasciato perdere il calcio e i lavori pesanti e aveva aperto una macelleria in viale Brescia. Nelle intercettazioni della Digos lo si sente fare riferimento a un misterioso "capo". Sua moglie El Fadil Nezha apre la porta della casa al secondo piano del condominio popolare di via Calatafimi, in periferia, e spiega: "Lo dice sempre a tutti, anche a me. " Cosa c’è da mangiare, capo?". E’ uno che non ha niente da nascondere. Lo conoscono da vent’anni, e adesso gli fanno questa infamia. Ha dato ospitalità a un Imam sospetto? Si chiama Rafik, io e sua moglie siamo amiche". Chiude la porta, deve allattare due gemelli di sette mesi, ha altri due figli di cinque e nove anni: "Mio marito non ha neppure la patente, parla il dialetto cremonese, deve far mangiare quattro figli piccoli: vi sembra il ritratto del terrorista?".

Khalid Khamlich era considerato l’uomo del dialogo tra la piccola comunità islamica e il resto della città.

Ce n’era bisogno, dopo che negli ultimi anni chiunque era stato capo della moschea era finito in galera con imputazioni pesantissime. E’ toccato anche a lui il destino dei suoi predecessori. L’opposizione ha rispolverato le foto dello scorso novembre, come fossero corpi di reato. Khalid Khamlich con una camiciona a quadri che recita alcuni versi del Corano accanto al vescovo Dante Lanfranconi. Aveva letto in italiano, un omaggio all’autorità religiosa che aveva al suo fianco. Il centro pastorale diocesano era stracolmo, l’incontro di preghiera tra cristiani e islamici, fortemente voluto dal gruppo Migrantes, aveva assunto anche un valore simbolico. Come non detto.

La tranquillissima Cremona ha 71.000 abitanti e una comunità straniera di 1.753 persone. I più numerosi sono i marocchini, con 145 nuclei familiari, seguiti dagli albanesi (96).

Numeri molto ridotti, se paragonati a quelli delle vicine province di Brescia e Piacenza. Eppure la moschea di via Massarotti, in realtà un casermone grigio che prima del 1996 era una filanda, detiene il record italiano di perquisizioni e arresti dei suoi capi.

Dopo quelli di martedì, l’opposizione ha caricato a testa bassa. Gli esponenti della Lega Nord chiedono comunque la chiusura definitiva della moschea, accusano sindaco e vescovo. I modi non sono elegantissimi ("Se vogliono ospitare i delinquenti islamici, li mettano a casa loro", manda a dire il consigliere Claudio De Micheli), ma la Curia avverte il colpo. Dopo una giornata di silenzio, a nome di monsignor Lanfranconi viene emesso un comunicato dai toni eloquenti. "Si ritiene necessario proseguire il dialogo spirituale tra i credenti delle diverse religioni...". Il vescovo chiede di tutelare la dignità delle persone e delle famiglie di religione musulmana "non coinvolte in reati" ; si astiene da commenti sugli interventi di carattere politico o partitico, ma auspica che non vi siano "semplificazioni strumentali".

La Curia proseguirà sulla via del dialogo. Il sindaco, figurarsi. Paolo Bodini, medico internista, 56 anni, alla guida di una giunta ulivista con il secondo mandato in scadenza, dice chiaro quel che pensa: "E’ stato scritto che progettavano un attentato al Duomo di Cremona...

fantapolitica. Non c’è nessuna ragione per chiudere la moschea, e io non posso certo farlo, perché non sono un organo di polizia. Sono altre autorità che devono decidere se c’è un problema di ordine pubblico. A me l’equazione Islam uguale terrorismo fa schifo, questi attacchi a me e alla Curia sono ripugnanti tentativi di strumentalizzazione". A muso duro.

Con qualche piccolo problema pratico. La moschea è stata rimessa in regola, ma l’impresa che ha eseguito i lavori non ha più nessuno a cui consegnare le chiavi del portone.

Marco Imarisio