Corrispondenza Romana (
http://www.viewsfromrome.org)La Passione di Cristo e la "cristofobia" dei nostri tempi
J. H. H. Weiler, uno dei massimi studiosi delle istituzioni europee, professore alla New York University e al Collège d'Europe di Bruges, in un recente volumetto dedicato a Un'Europa cristiana. Un saggio esplorativo (BUR, Milano 2003), ha definito "cristofobia" l'accanimento con cui ci si oppone a citare il Cristianesimo nei testi costituzionali dell'Unione Europea (pp. 96-104).
Un analogo sentimento di "cristofobia" si sta diffondendo in Occidente in seguito all'uscita del film di Mel Gibson, La Passione di Cristo.
L'accusa principale che viene fatta al film è quella di essere una trascrizione troppo "letterale" del racconto dei Vangeli, con la conseguenza di descrivere la Passione in maniera eccessivamente "realistica" e di non scagionare gli ebrei da ogni responsabilità nell'uccisione di Cristo.
C'è da osservare, però, che sulla figura di Gesù Cristo sono apparse opere blasfeme di ogni genere, da film quali L'ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese (1988) a libri come il recente bestseller Il Codice da Vinci di Dan Brown (2003), senza che nessun esponente dell'establishment cultural-mediatico abbia mai messo sotto processo queste opere per "anticristianesimo". Sembra, dunque, che tutto possa essere scritto e detto di Nostro Signore, tranne la verità, così come viene narrata dai Vangeli.
Ma soffermiamoci sulle specifiche accuse rivolte al film: quelle di eccessiva violenza e di incoraggiamento all' antisemitismo. Lasciamo su entrambi i punti la parola a un testimone insospettabile, il giornalista Patrick Jarreau, corrispondente a Washington di "Le Monde", uno dei giornali che per primi hanno scatenato la campagna mediatica contro il film, prima della sua uscita.
Ebbene, dopo la prima della pellicola, Jarreau si è imprevedibilmente ricreduto rispondendo in questi termini ai due capi di accusa ("Le Monde", 27 febbraio 2004): "Sul primo punto, si osserverà che la messa a morte di Gesù, come descritta nei Vangeli, non ha nulla di piacevole. I procedimenti usati da Gibson per mostrare l'odio che si scatena e le sofferenze subite sono legittimi.
La rappresentazione che egli dà può essere giudicata troppo letterale, ma nessuna immagine del film denota una compiacenza perversa nella raffigurazione del dolore".
Sul secondo punto, il corrispondente di "Le Monde" scrive: "Neanche l'accusa di antisemitismo è fondata. Nulla, nel film, afferma o suggerisce una colpa collettiva dei giudei. Coloro che reclamano la morte del Cristo non sono i giudei in quanto tali, ma i sacerdoti di Gerusalemme, o la maggioranza tra di essi, e la parte del popolo che li segue.
Mai una sola volta appare l'idea di una colpa che si stenderebbe lungo il corso delle generazioni giudee".
Alle accuse di antisemitismo, portate avanti soprattutto da Abraham Foxman, direttore nazionale dell'Anti-Defamation League of B'nai B'rith (ADL), nel corso di una vera e propria battaglia personale contro il film di Gibson, il portavoce vaticano Navarro Valls ha replicato da parte sua: "Il film è la trascrizione cinematografica dei Vangeli. Se fosse antisemita il film, lo sarebbero anche i Vangeli" ("Il Messaggero", 11 marzo 2004).
E' da segnalare, inoltre, che un rabbino americano, Daniel Lapin, fondatore del movimento giudeo-cristiano Toward Tradition, ha accusato l'Anti Defamation League e il Simon Wiesenthal Center di avere inflitto "un danno di lunga durata" alla comunità ebraica americana invece di aiutarla (cfr. le affermazioni rilasciate al "WorldNet Daily" del 13 febbraio 2004, riportate da Daniel Hamiche in La Passion de Mel Gibson de A à Z, Sicre, Paris 2004, pp. 117-121).
"Ritengo - ha scritto Lapin - che sia di un'importanza cruciale che i cristiani sappiano che non tutti i giudei sono d'accordo con coloro che si sono autoproclamati loro porta-parola. La maggior parte dei giudei americani, che fanno l'esperienza, ogni giorno, di relazioni calorose e amabili con i loro compatrioti cristiani, sarebbero imbarazzati se si dovesse spiegare loro perchè tante organizzazioni giudaiche sembrano focalizzate su un programma ostile ai valori giudeo-cristiani" (ivi, pp. 118-119).
In effetti, nel momento in cui lo Stato di Israele e gli ebrei sono bersaglio di un antisemitismo virulento e dichiarato da parte di quel largo mondo di sinistra che ha tifato per la vittoria di Saddam contro gli americani e che simpatizza con Bin Laden piuttosto che con le sue vittime, appare sorprendente la richiesta ai cattolici di modificare il testo dei Vangeli, andando al di là di quello che la stessa dichiarazione conciliare Nostra Aetate sui rapporti giudaico-cristiani ha concesso.
In realtà, la vera "colpa" del film, è quella di riproporre una visione tradizionale del cattolicesimo, non tanto sul punto della responsabilità degli ebrei quanto, più in generale, sul significato della Passione di Gesù Cristo, capovolgendo le deformazioni della teologia progressista post-conciliare.
Secondo la dottrina cattolica, con l'offerta totale di sé a Dio, sul Golgota, il Verbo Incarnato divenne Vittima e Sacerdote di se stesso per la glorificazione del Padre e per la restaurazione dell'umanità peccatrice: redense gli uomini, li liberò dalla schiavitù del peccato e ristabilì il regno della Grazia che il peccato di Adamo aveva distrutto.
Il Calvario rappresenta il culmine del male raggiunto nella storia, ma anche la fonte suprema del bene che da esso si è riversato sui secoli fino alla fine del mondo. Un fiume inesauribile di grazie soprannaturali scaturisce da questa collina, estendendosi a tutti i tempi e a tutti i luoghi attraverso il sacrificio eucaristico della Messa, che rinnova in maniera incruenta quello divino della Croce.
Uno dei punti centrali del film sono i flash-backs, che collegano la Passione di Gesù con l'Ultima Cena, mostrando in maniera icastica il significato profondo della Santa Eucaristia, con cui Dio nutre col suo Corpo e Sangue i membri del suo Corpo Mistico. "Per molti cattolici che vedranno queste immagini, la Messa non sarà più la stessa" ha affermato in un'intervista all' agenzia "Zenit" (12 dicembre 2003) il padre domenicano Augustine Di Noia, collaboratore del cardinale Ratzinger presso la Congregazione della dottrina della Fede.
"La "cattolicità" radicale del film di Gibson - ha scritto Vittorio Messori - sta anche nell'aspetto "eucaristico" riaffermato nella sua materialità: il sangue della Passione è intrecciato di continuo con il vino della Messa, la carne martoriata del Corpus Christi al pane consacrato" ("Corriere della Sera", 17 febbraio 2004).
Il film di Gibson è una risposta a tutte quelle utopie che predicano la possibilità per l'uomo di "autoredimersi" dalle proprie colpe e di costruire in terra un nuovo eden anarchico e ugualitario. In realtà, il disordine spirituale e morale è la causa profonda dei mali che affliggono l'umanità e non c'è "liberazione" possibile da questi mali se non attraverso la via che la Croce ci indica.
Il male nella storia esiste e solo la Croce può darci la chiave di questo mistero. "Ogni occhio che il Calvario non ha illuminato - ricorda un grande maestro spirituale - resta cieco su questo punto" (Dom Francesco di Sales Pollien, La pianta di Dio, LEF, Firenze, 1957, p. 155).
Nell'avversione al film di Gibson, come in quella al riferimento alle radici cristiane nella nuova Costituzione europea, si rinnova l'odio verso quella Passione redentrice che costituisce la sola soluzione per risolvere i drammatici problemi del nostro tempo. Attraverso la Croce, oggi più che mai, passa non solo la redenzione di ogni singolo uomo, ma la possibilità stessa di rinascita della nostra civiltà. (CR 849/01 del 20/03/04)