Corriere della Sera, 21 aprile 2004
IL RETROSCENA
Mistero Cuba: 4 anni di terapie vanificate da vizi e capricci
Due ville, le Mercedes nere di Fidel, la strana corte e i divieti inutili dei medici
BUENOS AIRES — A questo punto la domanda è inevitabile: che cosa sta facendo Diego Maradona a Cuba da quattro anni, in "terapia di disintossicazione"? E se non ha funzionato, fino a che punto il dramma iniziato domenica porta lo stesso marchio — la cocaina — di quello del gennaio di quattro anni fa? Un passo indietro. A Punta del Este in Uruguay, dopo i bagordi del Capodanno del 2000, Maradona finisce in overdose e resta tre giorni tra la vita e la morte. Ne esce, proclama, cambiato per sempre e deciso a guarire e "ripulirsi". A causa della droga e di altre pessime abitudini, l’ex fuoriclasse ha consumato negli anni due terzi delle sue funzioni cardiache. Ha il cuore di un novantenne, si disse.
I medici gli consigliano una terapia medica negli Stati Uniti, che però gli negano il visto. Prevale allora la linea di un’azione congiunta su tossicodipendenza, problemi cardiaci e psicologici. Maradona ha bisogno anche di attenzione psichiatrica, è un uomo distrutto e senza uno scopo nella vita, ci vuole un posto dove parlano la sua lingua.
Arriva l’invito di Cuba e sembra la soluzione perfetta. Maradona ammira la rivoluzione ed è amico di Fidel Castro. Sull’isola c’è come tenerlo lontano dai riflettori e dalle tentazioni. Come isolarlo dalla stampa e dalle proverbiali "cattive amicizie". Il discorso starebbe in piedi, Cuba dispone di eccellenti trattamenti contro le dipendenze in centri specializzati come quello di Hougin, lontano dall’Avana e da tutto.
Ma con Maradona la storia prende subito un’altra piega. E’ lui a dettare le condizioni. Castro accetta, pensando che il recupero del Pibe de oro sarebbe un eccellente ritorno di immagine per il sistema sanitario dell’isola. Sarà il governo a pagare il conto di tutto.
Finisce così: Maradona non va in una comunità ma viene "ricoverato" in una Spa con annesso resort, a mezz’ora dall’Avana, frequentato da anziani stranieri con problemi di riabilitazione ortopedica e neurologica.
Alla "Pradera" c’è tutta l’infrastruttura di piacere di un hotel a cinque stelle e la possibilità di ospitare il numeroso e rumoroso clan dell’importante amico argentino: due case immerse nel verde, isolate dal resto del villaggio. In una, ribattezzata La Bombonerita, ci abita Diego e per i primi mesi la moglie Claudia con le due figlie. Nell’altra, il padrone di casa è il solito Guillermo Coppola, che vivrà qui due anni. A rotazione passano poi amici, parenti, portaborse, intermediari, questuanti, giornalisti, provenienti da Buenos Aires o Napoli o altri posti del mondo.
E’ qui, all’ombra di una bandiera biancoceleste argentina, che Maradona installa se stesso e il proprio stile di vita. Inizia le cure, i primi risultati sono soddisfacenti. Dopo tre mesi i medici parlano di recupero eccellente delle funzioni cardiache. Diego appare dimagrito, più sereno, e questo fa passare in secondo piano i capelli dipinti di biondo platino, il gigantesco tatuaggio del Che Guevara sul braccio, collane, piercing e altre bizzarrie. Chiede di tornarsene a casa, in Argentina, ma i medici lo convincono che la strada da percorrere è ancora lunga.
"E’ dura, è durissima — ammette in una intervista ad un giornale argentino —. La droga dovrebbe sparire dal mondo perché è una grande porcheria, una m….
Spero di farcela... Voglio almeno avere l’illusione di poter vivere come sto vivendo in questo momento".
Una vacanza tropicale noiosa.
Così la descrive chi è andato a trovare Maradona alla Pradera. Interminabili partite a golf, grandi dormite, un po’ di mare e una quantità incredibile di ore a guardare partite di calcio, con tutte le paraboliche e i decoder disponibili sulla Terra. Più un collegamento Internet a banda larga, proibito a Cuba per i comuni mortali. Cinque persone di servizio, tutto quel che serve in arrivo dall’Argentina, due Mercedes nere "protocollari", del governo cubano.
Una vacanza interrotta da qualche brivido, come l’incidente in macchina del settembre 2000, viaggi all’estero a ritirare premi o a raggranellare soldi, come ultimamente in Italia. Poi l’evento, memorabile per Buenos Aires, della partita d’addio del novembre 2001 con il pianto disperato e le scuse al mondo, davanti al pubblico impietrito della Bombonera.
Il medico cubano Roberto Tejera ha dichiarato ieri che Maradona a Cuba sta bene, gioca a golf e non beve. Visti i 35 chili di sovrappeso esibiti al suo ritorno in patria, a fine marzo, sarebbe stato troppo anche parlare di regime alimentare. A Cuba, come molti turisti sanno, la cocaina si trova. E non è nemmeno così difficile. Resta da sapere se, e in che quantità e frequenza, ne arrivava all’ombra delle palme della Pradera.
Rocco Cotroneo