Avvenire, 22 aprile 2004

EDITORIALE

L'altra sera sul britannico Channel 4

La scossa inattesa, aborto in diretta tv

La regista: "Se l’aborto è legale, perché resta un argomento tabù?"

Nell’oscillare della verità secondo il proprio "sentire", forse una telecamera con il suo obiettivo non fa solo del male

Marina Corradi

Julia Black è figlia di uno dei fondatori delle prime cliniche per l'aborto in Gran Bretagna. Lei stessa ha abortito all'età di 21 anni. Non è una "pentita", e non è per mettere in discussione una delle leggi più permissive d'Europa - interruzione fino alla 24esima settimana - che ha girato un programma andato in onda l'altra sera su Channel 4, programma che ha scosso gli inglesi. "My Foetus" mostra con immagini per quanto possibile distaccate, quasi da documentario, un aborto compiuto alla dodicesima settimana. Non c'è - come riferisce nel giornale la corrispondenza da Londra - ricerca spasmodica dell'effetto brutale, o tentativo di choccare a tutti i costi lo spettatore. Tuttavia, quando la telecamera inquadra un altro feto ma di 21 settimane, l'immagine è evidentemente un pugno nello stomaco - un pugno tuttavia oscuramente ripetuto cento volte ogni giorno negli ospedali britannici, e perfettamente legale per la legge inglese.

Il senso che la regista Black, pure abortista, ha attribuito al suo lavoro è: "Se l'aborto è legale, perché resta un argomento tabù e non se ne discute quasi mai apertamente? Per questo ho girato queste immagini". E c'è del vero: l'aborto resta un argomento culturalmente proibito. Le stesse ecografie che commuovono una coppia in attesa di un figlio, verrebbero vissute come una violenza da una donna che si prepari a interrompere la gravidanza. Eppure l'immagine è oggettiva: è lo stato delle cose, è la realtà si può dire. Siamo in una cultura in cui l'essere o non essere - quella creatura - voluta, pare sufficiente a modificarne l'essenza ontologica: se lo si vuole, è persona, altrimenti non è niente.

In questo oscillare della verità secondo il proprio "sentire", forse una telecamera con il suo obiettivo non fa solo del male. Così è se vi pare, e anche se non vi pare: questo è un uomo. Senza terrorismi o intimidazioni, pacatamente, quasi con scientifico distacco, come una verità che si dice da sé, solo a guardarla. Guardarla, appunto. Ma guardare, non è così semplice. Senza gridare alla violenza delle immagini (mentre la violenza della realtà, che non si vede, è irrilevante), senza farsi accecare da ideologie per cui è vero solo ciò che hai deciso prima, e gli occhi dunque ti sono del tutto inutili. Stare a guardare, accettare semplicemente un confronto con un dubbio, può essere già molto.

Due figure, infine, emblematiche percorrono questo singolare documentario che ha increspato i sonni di una notte di primavera inglese. Uno è il medico che procura l'aborto, e che tranquillamente dichiara di alternare questa attività alle pratiche di fecondazione artificiale. Al mattino un paio di aborti, magari alla ventesima settimana, al pomeriggio alchimie di provette per allestire a caro prezzo ciò che poche ore prima ha distrutto. Problemi? "È il mio mestiere", risponde il dottore, piccolo demiurgo sereno: eliminarne uno, fabbricarne un altro, si esegue qualsiasi tipo di lavoro.

L'altra figura significativa, è la regista stessa. Con un aborto alle spalle certamente doloroso, da pochissimo madre, appare davanti alle telecamere con la figlia neonata, e comunque rivendica la sua scelta di un tempo. Onesta nel sollevare il velo di tabù che copre l'aborto, la signora Black forse è da troppo poco tempo madre per aver visto in sua figlia, all'improvviso, l'altro figlio perduto.