Il Giornale, 1 maggio 2004
La parola ai lettori
Non c’erano pacifisti ai tempi di Lepanto
C’era da spettarselo che con la svolta irachena e la recrudescenza del terrorismo risuonasse ancora una volta il grido "A Lepanto!" che lei ha raccolto rispondendo a un lettore. Sono una buona cristiana e sono una liberale, non nutro nessuna simpatia per i fondamentalismi e per chi ricorre al terrore anche in caso di causa giusta, ma Lepanto no. Lepanto è stato un momento oscuro della storia della civiltà e del cristianesimo assieme alle varie crociate e a tutte le prove di forza che si sostituirono a quelle della ragione. Lepanto fu un errore come lo è stata la guerra in Irak e ieri come oggi abbiamo il dovere di denunciarlo perché fatti non fummo a viver come bruti ma per seguire virtude o conoscenza.
G.M. – Torino
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Anche ai tempi di Lepanto, anno 1571, la pace era un sentimento condiviso da tutti, gentile lettrice. Però nessuno era pacifista. Ovvero l’umanità aspirava alla pace essendo consapevole che in certi casi la guerra non solo risulta ineluttabile, ma spesso necessaria, auspicabile addirittura. Allora, poi, nessuno che appartenesse al mondo occidentale cristiano avrebbe parteggiato per un Ali Muedhin Zadeh Pascia, l’ammiraglio della flotta ottomana o per un Mehmed Ali che guidò la presa di Otranto o per il Feroce Saladino. Mentre oggi non mancano i sostenitori della "eroica resistenza irachena" e dei vari sceicchi che la guidano usando i mezzi che sappiamo.
Affinché Don Giovanni D’Austria, Sebastiano Venier, Marcantonio Colonna, Gian Andrea Doria e Agostino Barbarigo cogliessero la vittoria si pregava nelle case e nelle chiese. Non c’era chi manifestasse contro di loro nelle piazze, chi giudicasse quella guerra ingiusta, chi invocasse il dialogo con gli ottomani. Perché gli ottomani, gli islamici, erano il ne-mi-co. Nemico aggressivo, che non aveva bisogno d’esser provocato per manifestare la sua inimicizia. Tutto ciò che non è Islam – "Dar al Islam" – è per l’Islam o per gli islamici "Dar al Harb", luogo della guerra. Se l’Occidente non avesse coltivato la "virtude" di opporsi loro anche con le armi soprattutto con le armi, probabilmente San Pietro sarebbe una moschea e il campanile di San Marco un minareto da dove il muezzin esorta a pregare Allah.
Lepanto si limitò a far tirare il fiato alla cristianità o a momentaneamente ripulire il Mediterraneo dagli sciami di vascelli da corsa che lo infestavano. Ma a Kalhenberg, nei pressi di Vienna, poco più di un secolo dopo l’Occidente arrestò e per sempre la travolgente corsa in avanti dell’Islam. Se non fossero risuonate a martello le "campane dei turchi", se i viennesi non avessero retto all’assedio, se [il Papa] Innocenzo XI avesse predicato la pace invece di promuovere la coalizione cristiana, se il 12 settembre del 1683 i 65mila del polacco Giovanni Sobieski non avessero travolto i 200mila ottomani di Kara Mustafà, Vienna sarebbe caduta e con Vienna, gentile lettrice, la nostra civiltà perché nulla avrebbe più potuto fermare la progressiva islamizzazione del continente. Dobbiamo rammaricarci che per impedire tutto ciò si sia combattuta una guerra? Crede forse che Papa Odescalchi invece di incrociare le armi avrebbe dovuto dialogare con Maometo V? O "aprire" un tavolo? Sobieski o Eugenio di Savoia guidare una missione umanitaria piuttosto che attaccare gli assedianti? Magari attenendosi pedantemente alle "regole di ingaggio", oggi tanto di moda? Ma soprattutto, lei crede che il dialogo, i tavoli, la predicazione della pace, le missioni umanitarie avrebbero fermato a spinta espansionista dell’Islam, la sua guerra non a caso definita "santa"?
Paolo Granzotto