Corriere della Sera, 10 maggio 2004
Colpita cellula islamica. Le intercettazioni: attentato a un centro commerciale in Toscana
"Da Firenze kamikaze per l’Iraq"
Cinque arresti, c’è anche l’imam. Il giudice: pronti a partire per Bagdad
FIRENZE — Cinque islamici nordafricani aspiranti kamikaze sono stati arrestati ieri. Volevano andare in Iraq per compiere un attentato suicida con un’autobomba contro i militari occidentali e diventare così martiri di Dio. Secondo la Procura, la "cellula" dei cinque apparterrebbe alla formazione Ansar Al Islam, gruppo legato ad Al Qaeda. Uno degli arrestati, algerino, 34 anni, è l’imam di una delle due moschee di Firenze, quella di Sorgane: gli altri quattro, tunisini, sarebbero stati da lui arruolati e addestrati. Dalle intercettazioni risulta che il viaggio verso il Medio Oriente era già pianificato. Se il commando non fosse riuscito a partire, si ipotizzava una soluzione alternativa: farsi esplodere davanti a un centro commerciale fiorentino o a un cinema multisala "per fare migliaia di morti".
Alle pagine 10 e 11
Imarisio e Sarzanini
*
Kamikaze pronti per Italia e Iraq, imam arrestato
Scoperta cellula a Firenze, 5 islamici in carcere. Il pm: missione contro i soldati occidentali e attentato in Toscana
"Un’autobomba con 300 chili di esplosivo". Fermati nella notte prima della partenza
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
FIRENZE — Andare in Iraq per compiere un attentato suicida contro i militari occidentali e diventare così martiri di Dio. Era questo, secondo i magistrati, il progetto dei cinque islamici arrestati ieri a Firenze. Componenti di una "cellula" che la Procura ritiene essere organica al progetto stragista di Al Qaeda. "Soldati" appartenenti alla formazione terroristica Ansar al Islam, che sarebbero stati reclutati e addestrati dall’imam della moschea di Sorgane, anche lui finito in manette.
La stessa moschea era guidata fino allo scorso anno da Mohamed Rafik, arrestato con l’accusa d’aver partecipato alla pianificazione degli attacchi compiuti a Casablanca il 16 maggio 2003. Il viaggio verso il Medioriente era già stato pianificato. E se non fossero riusciti a partire, i cinque avevano già in mente un’operazione alternativa: farsi esplodere davanti al centro commerciale fiorentino "I Gigli" oppure al cinema multisala che si trova di fronte, "perché così facciamo migliaia di morti".
Il desiderio di immolarsi per la
jihad emerge con chiarezza nelle decine di intercettazioni captate dalla Digos di Genova. Discorsi in arabo che, se la traduzione si dimostrerà fedele, sono centrati sulla determinazione di raggiungere Bagdad e "saltare in aria dentro una macchina con 300 chili di esplosivo" per uccidere i soldati della coalizione. Altre 5 persone sono state iscritte nel registro degli indagati. Una ventina di perquisizioni sono state compiute in Toscana.
L’inchiesta parte due anni fa.
La polizia indaga sui finanziamenti che, attraverso alcuni canali li guri, arrivano ad Hamas. Tiene sotto controllo un cittadino palestinese e i suoi "contatti" italiani.
Arriva così ad Abdallah Adel, un tunisino di 25 anni che vive in Toscana. Le telefonate tra i due sono frequenti, così come le conversazioni sull’attività dei terroristi sparsi per il mondo. Adel ha il mito di Bin Laden, più volte manifesta l’intenzione di andare a combattere. La pista sembra buona. Vengono attivati ascolti telefonici, piazzate microspie. L’uomo si reca spesso nella moschea Al Salam di Sorgane. Frequenta i due imam, il bibliotecario del centro islamico e altri giovani come lui. Una cerchia ristretta di persone, tutti fra i 25 e i 35 anni, che organizzano spesso incontri segreti in alcuni appartamenti sparsi nella campagna fiorentina.
Il 9 agosto 2003 Adel è fermato nel porto di Genova mentre sta per imbarcarsi con destinazione Tunisi. "Nello zaino — scrive il giudice nell’ordinanza di custodia firmata ieri — ha un cd rom che mostra azioni terroristiche contro i militari e contiene regole di addestramento, oltre a un sermone che incita all’estremo sacrificio contro ebrei e americani". Lo lasciano andare, però non smettono di pedinarlo. Annotano i suoi incontri.
Ascoltano i suoi progetti suicidi e quelli dei suoi amici. Scoprono che l’imam di Firenze ha contatti con la Siria e con lo Yemen. "Proprio in questi Paesi — sostiene l’accusa — ci sono i gruppi cui fanno capo per essere attrezzati, armati e aiutati a entrare in Iraq".
E’ la loro intenzione, lo ripetono in continuazione. "Siamo shahid viventi — dicono — , persone destinate al martirio".
Nel marzo scorso cominciano a pianificare il viaggio. Adel dovrebbe partire il 16 aprile, passare da Istanbul e arrivare in Siria. Prima di farlo, chiede però il rinnovo del permesso di soggiorno in Italia.
Istanza strana per un aspirante.
"In realtà — sostengono i magistrati — , chi lascia il nostro Paese chiede sempre documenti in regola per non destare sospetti". La domanda è respinta e così rinvia la partenza via mare al 15 maggio.
Il bibliotecario comunica invece che andrà via tra il 7 e il 10 maggio passando per Marsiglia. Anche l’imam Rachid fa le valigie. "La partenza — scrive il giudice — viene fissata tra il 12 e il 13 maggio, ma potrebbe essere anticipata a domenica 9". Pronti a immolarsi anche due tunisini, studenti di architettura all’università di Firenze, accusati di far parte della "cellula".
Gli investigatori chiedono di bloccarli mentre sono al porto o in aeroporto, ma i magistrati decidono di non rischiare. Hanno paura che riescano a far perdere le tracce. Sabato sera viene firmata l’ordinanza di custodia cautelare da eseguire immediatamente. A preoccupare gli inquirenti è l’annuncio fatto da Adel a marzo: "Tra due mesi mi vedrete in verde". Così lo spiega il gip: "Il verde è il colore dei martiri combattenti. E non si può non sottolineare il collegamento con le Brigate verdi di Maometto che hanno firmato il rapimento dei tre ostaggi italiani".
Fiorenza Sarzanini
*
"Facciamo migliaia di morti in un centro commerciale"
Dialoghi tra i sospettati: la guerra santa è obbligatoria
"Colpiremo tra la folla nei negozi o in una multisala"
DAL UNO DEI NOSTRI INVIATI
FIRENZE — A Natale Adel si sente pronto. E immagina quel che sarà: "Capisci amico mio? In quel posto vedi solo soldati e non devi avere paura di nessuno. Perché hai il tuo fucile pronto. Carichi, guardi avanti, li segui, poi esci allo scoperto e spari senza sbagliare un colpo, così il bersaglio si prende qualche proiettile". Fa anche "bum bum", il suo amico urla "Allah è grande" e batte le mani. Chiusi nella loro macchina, Adel e Mehdi, sognano il loro Iraq, tanti soldati da ammazzare, il posto ideale per la loro "s fida feroce", così la definiscono.
Messe in fila, le intercettazioni che hanno portato in carcere l’imam di Firenze e i suoi quattro allievi non sono altro che un lungo percorso di formazione puntellato dall’ascolto continuo, ossessivo, di prediche e canzoni che incitano alle scelta estrema.
I discorsi dei quattro amici tunisini iniziano con l’idealizzazione di Bagdad come luogo del martirio, finiscono con propositi ferocissimi e reali. Sono inframmezzati da chiacchiere in macchina: "Se dovessimo fare un attentato in Italia potremmo colpire il centro commerciale ‘Il Giglio' oppure la multisala che sta di fronte così faremmo migliaia di morti". Quando la polizia comincia ad "ascoltarlo", Adel è sul depresso andante. E’ il 19 settembre del 2003 ha saputo che dovrà aspettare ancora un po’ di tempo.
"Ho parlato con lo sceicco Rachid e mi ha detto che non c’è ancora decisione sul mio viaggio in Iraq".
Il giudice non può fare a meno di notare che "dal proseguimento della conversazione" emerge "un profondo sconcerto interiore" del ragazzo tunisino. Ha solo 23 anni, è scapolo, si dovrebbe sposare con una ragazza che vive in Siria. Ma lui ha altri sogni: "Sceicco — dice rivolto all’imam della moschea di Firenze — quando penso a questa strada, non credere che non abbia immaginato un’alternativa. Ma anche se questa alternativa me la lastricassero con tutto l’oro del mondo, non potrei che scegliere la prima, non la cambierei con nient’altro, rimango sveglio tutta la notte a pensarci.
Mi sembra un progetto universale grandissimo".
Da quel giorno, le sue parole e quelle dei suoi amici diventano sempre più precise e aggressive, come a definire i contorni del loro sogno. "Sceicco — dice a Mohamed Rafik, ex imam di Firenze, poi arrestato per la strage di Casablanca — voglio combattere in Iraq perché sento fortissima la chiamata spirituale di Dio".
A dicembre il gruppo di amici tunisini (Adel è il più giovane, altri due hanno 27 anni, il più anziano 32 anni) è preoccupato.
"Stare in Italia è pericoloso — dice Bouchra Mehdi – perché ci allontana dalla religione". E poi aggiunge: "E’ obbligatorio che ogni musulmano faccia la jihad ogni due anni". Il giorno di Natale Mehdi esprime fastidio "per la vita terrena", contrapponendola "all’esaltazione per la chiamata per l’altra vita". Adel invece dice che "ogni musulmano deve fare fronte". Il 23 gennaio 2004 Mehdi commenta il programma di addestramento che ha appena scaricato da Internet: "Hanno bisogno di persone con il fisico leggero e pronto". Esattamente un mese dopo, si mettono intorno a un tavolo e ragionano del percorso migliore per raggiungere Bagdad. Il passaggio a Istanbul sembra la soluzione più convincente. Il 21 marzo Adel si confida con Ragoubi: è "intimamente pronto" a partire per l’Iraq. Ragiona, gli dice.
"Non c’è scampo per noi. Solo con la jihad! Non c’è soluzione senza combattimento feroce, e non c’è scampo per nessun cittadino, noi dobbiamo solo dare una mano ai fratelli".
Adel ha anche qualche preoccupazione terrena, deve sposarsi, e "in caso di martirio, mia moglie rimarrà in Siria". Comunque, la scelta è già stata fatta: "Sono pronto! Il mio destino è nelle mani delle persone che ho conosciuto in Siria". Sono quelle che dovranno addestrarlo. "E’ il momento di agire prima che sia troppo tardi".
Il 23 marzo Adel e gli altri tre suoi amici intonano insieme una canzone nella quale si dice addio alle cose terrene: "Ci proiettiamo verso Dio". Abdel commenta alla fine: "Siamo al punto di non ritorno".
Quattro giorni dopo Godhane Hichem confida a Mehdi: "Tra due mesi mi vedrete in verde", e si riferisce alle divise dei martiri. Il 5 aprile Mehdi chiacchiera con Adel: "Sto arrivando, Al Aqsa... In una mano il fucile e nell’altra il kefeni", ovvero il lenzuolo che avvolge i corpi dei combattenti uccisi. Non stavano più nella pelle. I bagagli erano pronti. "Il nostro percorso su questa terra ormai è finito, viaggeremo verso l’estasi della jihad", dice una voce nell’ultima intercettazione. Oggi sarebbero cominciate le partenze. Li hanno fermati prima.
Marco Imarisio