Corriere della Sera, 14 maggio 2004
L’INTERVISTA / Il sacerdote: capii che avremmo perso quando una nonnetta di 80 anni mi chiese l’assoluzione perché aveva votato a favore
Baget Bozzo: il divorzio? Un dramma che ha rafforzato l’Islam
Il consigliere di Berlusconi trent’anni dopo il referendum: la famiglia musulmana rimane, la nostra no. E poi loro fanno più figli
"Fu l'inizio della fine. Una svolta nefasta per l'Italia, la cristianità, l'Occidente, le cui conseguenze possiamo misurare appieno adesso: sulla morale, sulla geopolitica".
Don Gianni Baget-Bozzo, lei cosa faceva quando vinse il no all'abolizione del divorzio?
"Una rivista di teologia, Renovatio. Con una tesi: sì a un concilio, no al Concilio; il Vaticano II fu solo uno dei tanti concili, non doveva essere mitizzato. L'editoriale lo firmava Siri. Ovviamente votai per il matrimonio".
E' vero che Siri era convinto della vittoria del sì?
"Non so dirlo con sicurezza. Il mondo cattolico in generale era convinto di vincere. Ma Siri era meno ottimista in quanto pessimista sul Concilio, quindi consapevole di quanto attendeva la Chiesa e l'Italia".
E lei?
"Io avevo capito che avremmo perso quando la domenica venne a confessarsi nella mia parrocchia genovese, Sacro Cuore a Carignano, una nonnetta. Mi disse: padre mi assolva, ho votato per il divorzio. Spiegò che l'aveva fatto per sua figlia: era felicemente sposata, ma forse un giorno avrebbe avuto problemi con il marito, e il divorzio le sarebbe servito. Pensai che se neppure le nonnette ci avevano ascoltato era davvero finita. Il divorzio era entrato negli animi".
Votare no era peccato per la Chiesa?
"Certo, perché il divorzio non viola solo l'evento sacramentale, ma la legge di natura. Il matrimonio è indissolubile per legge naturale: il sacramento non aggiunge nulla, l'obbligo vale anche per i non cristiani".
Paolo VI ne soffrì, e la Dc pure.
"Fu la più grande sconfitta di Montini, che ne fu indotto ad abbandonare monsignor Franco Costa, cui aveva affidato l'Azione cattolica, e a puntare su don Giussani di Cl [Comunione e Liberazione], di cui aveva diffidato considerandolo un fondamentalista ma che era stato l'unico a battersi davvero contro il divorzio. Il Pontefice pensava che il Concilio avrebbe rafforzato la Chiesa, che le avrebbe risparmiato i mali del Sessantotto. Troppo tardi capiva che l'aveva invece indebolita, che la rincorsa al mondo l'avrebbe perduta, che l'avrebbe congiunta al Sessantotto cattolico. La Dc era più avvertita: aveva già visto la facoltà di sociologia di Trento, da lei fondata per creare una classe dirigente, diventare il centro di elaborazione politica della rivolta".
Quali furono le conseguenze del referendum sulla politica italiana? Berlinguer temeva per le sorti del compromesso storico, ma una Dc indebolita non si rivelò invece più remissiva nel confronto con il Pci?
"E' così, e se possibile peggio. La caduta di Fanfani delegittimò una classe dirigente, e ne legittimò un'altra, che con Zaccagnini aprì una stagione di cui io mi dolsi molto. Anni difficilissimi. In nome del rinnovamento morale, la Democrazia cristiana cercò commercio con il partito comunista. Siri vi trovò conferma dei suoi timori: si era aperta una crepa nella famiglia e nella società. Si erano scissi il voto cattolico e quello dc. Soprattutto, si erano separate la coscienza civile e la coscienza cristiana".
In questa legislatura la separazione non è parsa così netta. Una proposta per rendere più agevole il divorzio è stata respinta. Si è approvata una legge che limita fortemente la fecondazione assistita. Questo la conforta?
"Purtroppo le cose sono molto peggiorate. Talvolta riaffiora il senso del limite, ma ormai il dado è tratto: la convivenza ha preso il posto della famiglia, il rifiuto del vincolo è diventato il presupposto delle unioni. Anche molti di coloro che si sposano in chiesa non considerano il loro matrimonio indissolubile".
La responsabilità non è anche della Chiesa e degli annullamenti facili?
"In effetti la Chiesa ha cercato di inquadrare la labilità del matrimonio, introducendo una tipologia molto ampia di cause di nullità, compresa la qualità della persona scelta. Questo causa le ricorrenti proteste del Papa, all'assemblea annuale dei magistrati della Romana Rota".
Lei non nutre speranze nella maggioranza di centrodestra?
"No. Sarebbe meglio che non ci fosse il divorzio. Ma ormai il divorzio c'è; è il matrimonio che manca. Solo ora misuriamo le conseguenze della svolta di quarant'anni fa: la crisi della famiglia si rivela terribilmente onerosa. Impone alti costi sociali, economici, morali. E ci indebolisce in modo drammatico nella resistenza alla minaccia islamica".
Che cosa c'entra l'Islam?
"La famiglia islamica rimane. Quella cristiana no. L'Europa è schiacciata dalla pressione demografica dell'Islam, esterna e interna, a causa dell'immigrazione. Guardi in Francia, dove la donna islamica ha un tasso di fertilità molto superiore a quello della donna francese. Il divorzio è stato un colpo alla civiltà occidentale. La fatuità della famiglia è la grande questione del nostro tempo. Perché genera anomia sociale, con figli che hanno più genitori. Figli plurifamigliari. Bambini con un padre e il compagno della madre. Altri con una madre e la compagna del padre".
Perché dev'essere per forza un male? Non può essere anche un arricchimento, una moltiplicazione degli affetti?
"Per carità. Pensi a quanto è delicata l'infanzia. Nessun bambino cerca quel tipo di affetto. Perché così è costretto a razionalizzare rapporti che dovrebbero essere istintivi. Uno sforzo superiore alle sue possibilità, da cui deriva un trauma. Poi ci sono i fratelli che hanno genitori diversi, con quel che ne consegue in termini di educazione e di riproduzione".
Riproduzione?
"Certo: chi ha vissuto esperienze del genere esiterà a generare nuovi figli. La labilità del vincolo diventa un incentivo a unioni sempre più labili".
I politici non fanno eccezione. Neppure quelli del suo schieramento. Ne ha mai parlato con il presidente del Consiglio?
"No. E' un argomento che riguarda la sua coscienza; tanto delicato che anche la Chiesa ha rinunciato a porre obiezioni di carattere politico. Sono suo consigliere, non suo confessore".
Aldo Cazzullo