Avvenire, 16 maggio 2004
PROFILI DI SANTITÀ
Le ultime parole della donna: "Sapessi cosa si prova a morire lasciando quattro bambini piccoli". Poi baciò il crocifisso missionario della sorella. Gesto coerente con una vita modellata su Cristo
Il paradiso apre le porte al sorriso di una madre
Oggi sarà santa Gianna Beretta Molla che scelse la morte per salvare la creatura che aveva in grembo. Parlano la sorella suor Virginia che le fu accanto negli ultimi istanti e il fratello don Giuseppe
Di Luciano Moia
"Il mercoledì della Settimana di Pasqua Gianna era molto agitata. La febbre altissima. Mi ha pregato di chiamare un sacerdote. Nell'attesa ha voluto il mio crocefisso di missionaria. L'ha baciato con commozione. Poi mi ha detto con un filo di voce: "Se tu sapessi quale conforto ricevo baciando il crocifisso. Se non ci fosse Gesù che ci consola in certi momenti". Stava malissimo, ma ha rifiutato qualsiasi calmante per rimanere vigile e proseguire il suo calvario in intima unione con il Signore". È il 25 aprile del 1962. Tre giorni dopo, il 28 aprile, si compie il sacrificio estremo di Gianna Beretta Molla. Offre consapevolmente la vita per la vita. La sua in cambio di quella della piccola Gianna Emanuela nata pochi giorni prima, il 21 aprile, al termine di una gravidanza difficilissima. Oggi Giovanni Paolo II la proclamerà santa.
Sono trascorsi 42 anni da quel giorno, ma nella mente di suor Virginia Beretta, religiosa canossiana, 79 anni, sorella di Gianna, i fotogrammi di quei momenti sono scolpiti per sempre. Un ricordo indelebile che commuove e che avvicina al Cielo.
Gianna ha offerto la sua vita per salvare la bambina che aveva in grembo. A casa c'erano gli altri suoi tre piccoli che l'attendevano. Come immaginava il domani dei suoi figli in quei momenti?
Come un affidamento totale alla volontà del Signore. Io ero missionaria in India e sono tornata in tutta fretta in Italia quando sono stata informata della situazione di Gianna. Uno dei primi pensieri che mi ha rivelato quando mi sono affacciata alla sua camera di ospedale è stato questo: "Sapessi cosa si prova a morire, lasciando quattro bambini piccoli". Soffriva tantissimo, ma non ha mai smesso un attimo di pensare ai suoi bambini, al marito, alla sua famiglia. Voleva rimanere vigile, voleva essere partecipe della passione di Cristo".
Da dove nasceva questa spiritualità così intensa?
Dalla nostra famiglia. Papà e mamma erano due santi. Ci hanno educato ad amare la casa, i genitori. Ad amare i poveri. Ad amarci tra di noi. Con Gianna, in particolare, il legame era molto forte. Eravamo tredici fratelli e noi eravamo le ultime due. Lei aveva soltanto tre anni più di me. Siamo cresciute insieme nella fede. Abbiamo studiato insieme Medicina all'università
E insieme pensavate di dedicarvi alla vita consacrata?
Sì, anche Gianna aveva questo desiderio. Anche se lei, più che alla vita religiosa, pensava a una consacrazione da laica. Era attirata dalla vita missionaria. Era in contatto con nostro fratello, padre Alberto, missionario in Brasile, e pensava di trasferirsi là. Ma Gianna, a causa della sua costituzione fisica, non sopportava il caldo. Alla fine, dopo un'intensa corrispondenza con padre Alberto e grazie anche all'intervento del suo padre spirituale, ha scoperto che il Signore le indicava un'altra strada: il matrimonio". Una vocazione diversa rispetto a quella che Gianna aveva immaginato fino a quel momento, ma vissuta con la stessa intensità nel segno di una fede profonda e meditata.
"Ha messo fin da subito la sua nuova famiglia sotto la protezione del Signore", osserva don Giuseppe Beretta, 84 anni, fratello di Gianna.
Che cosa può insegnare la santità di sua sorella agli sposi di oggi?
A vivere il matrimonio secondo il criterio di Dio, ad amare e a rispettare il Vangelo della famiglia, ad aprirsi alla vita con generosità.
Quale immagine di Gianna porta nel cuore?
Quella della gioia e della semplicità. È la vera santa del quotidiano. Amava profondamente la vita. Noi tutti abbiamo ricevuto una seria educazione cristiana. Poi Gianna, grazie ad una serie di esercizi spirituali seguiti da studentessa, ha colto con maggior consapevolezza il senso della fede. Da allora la sua spiritualità è andata affinandosi. È cresciuta nella vita coniugale, nell'amore per i figli, fino al sacrificio estremo".
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"La carità illumina le opere dei santi". Così Gianna scriveva alle giovani di Ac
Gianna Beretta Molla
Dal luglio 2002 la Fondazione Gianna Beretta Molla pubblica con cadenza quadrimestrale il periodico "Gianna sorriso di Dio" in cui compaiono, con ricordi e approfondimenti sulla figura della santa, anche i suoi scritti ancora inediti. Dall'ultimo numero uscito (dicembre 2003) ecco alcuni pensieri di Gianna su carità e santità, tratti da una conferenza preparata per le giovani di Azione Cattolica. Siamo nel 1946.
La carità è il granello di senape che Dio seminò nei nostri cuori ed è il lievito che Dio pose nella nostra anima quando fummo battezzati. Come il granello di senape, anche la carità deve in noi svilupparsi, crescere, perfezionarsi. Dio ha acceso la fiamma. noi dobbiamo alimentarla perché divenga sempre più vasta. (...) Fonte della carità è la grazia, e quanto più la grazia vive in noi, tanto maggiormente la carità nostra aumenta. La grazia è per la carità come il fuoco è per il calore. Quanto più il fuoco è acceso, tanto maggiore è il calore che da esso si effonde. Così il grado della carità dipende dalla quantità di grazia dell'anima. E la quantità di grazia dell'anima dipende dai Sacramenti e soprattutto dal sacramento dell'Eucarestia. (...) La nostra preghiera non sarà vana e come quella dei santi, la nostra anima sarà un incendio d'amore. Perché i santi hanno compiuto opere così grandi e ardite di carità? (...) La carità li spingeva in modo irresistibile, perché la loro anima era in grazia. (...) Dobbiamo perfezionare in noi la carità verso Dio, cioè aumentare sempre più in noi questa fiamma.