Il Foglio, 22 maggio 2004

Meglio il fez che la tiara, perché alcuni ortodossi preferiscono l’islam

Mosca. "Voglia Iddio che lo slancio dell’islam avanzi sempre di più". L’augurio-perorazione non proviene dalle labbra di qualche mullah nella preghiera del venerdì, ma da Aleksandr Prochanov, direttore del periodico russo Zavtra. Narratore di mediocri capacità letterarie, ma di un certo successo, Prochanov rappresenta la corrente culturale che collega riferimenti al comunismo con una esacerbata sensibilità nazionalista.

In una recente intervista pubblicata sul sito islam.ru, Prochanov interviene per chiarire la sua posizione in merito al ruolo della religione islamica nella Russia di oggi. Il suo sguardo, da nazionalista, sull’islam è decisamente positivo. L’intervistatore gli ricorda una dichiarazione, immediatamente successiva alle elezioni parlamentari, nella quale aveva sostenuto che la collaborazione con i movimenti islamici sarebbe dovuta diventare una pietra miliare dell’ideologia patriottica russa e Prochanov conferma, aggiungendo alcuni particolari decisivi: "La rivoluzione, la resistenza e l’alternativa islamiche è ciò che oggi si pone ampiamente in alternativa all’egemonismo americano, alla concezione neoliberale nel suo complesso". Ecco il punto di convergenza tra il nazionalismo russo e le varie correnti islamiche presenti sul territorio che resta dell’ex impero sovietico: l’opposizione all’occidente e agli Stati Uniti in particolare. Certo Prochanov si dichiara consapevole che nell’islam ci sono componenti irrazionali ed etniche con le quali non può dichiararsi d’accordo, ma esse non impediscono un lavoro comune e non pregiudicano un giudizio positivo su quella religione; anche nel caso di passaggio a essa russi legati alla tradizione ortodossa. Anzi, proprio a questo proposito Prochanov esprime il suo augurio che l’islam si diffonda sempre più e che il suo slancio non venga "interrotto dalla congiura internazionale personificata da Washington". Secondo lui, infatti, la religione ortodossa, baluardo fondamentale della "russicità", e quella musulmana possono tranquillamente convivere e perseguire obiettivi comuni, tanto più oggi, cioè "nell’attuale contesto globalizzato". Ma su questa irenica strada dell’accordo ci sono "intrighi internazionali orditi dietro le quinte e volti a far litigare ortodossia e islam. Siccome l’islam ha lanciato una sfida alla roccaforte del neoliberismo, l’America e l’occidente cercano alleati nella Russia putiniana per infliggere un colpo al mondo islamico". Invece, secondo Prochanov, in Russia non ci sarebbe nessuna islamofobia, solo qualche problema facilmente superabile e il solito intrigo: "E’ evidente la politica giudaica di far scontrare il cristianesimo con l’islam per guadagnar tempo e occupare uno spazio spirituale religioso ben determinato". In conclusione Prochanov si augura che l’islam in Russia possa "dimostrare in tutta la sua ampiezza e bellezza la propria cultura laica e religiosa".

Una recente inchiesta sociologica sembra non dare completa ragione al nostro nazionalista filoislamico: il 49 per cento degli intervistati ha dichiarato che l’Islam ha un ruolo negativo nel mondo a fronte di un 37 per cento che invece lo giudica positivamente. Resta il fatto che correnti di pensiero come quella espressa da Prochanov lasciano intravedere un futuro della Russia decisamente spostato su un baricentro antioccidentale, più vicino a fenomeni culturali e religiosi tipicamente asiatici.

Ma la Chiesa ortodossa non dovrebbe essere filo occidentale, se non altro perché l’occidente trova nel cristianesimo uno dei propri fondamenti identitari? Le cose sono più complesse e talvolta in nome della "tradizione" (islam e ortodossia sono dalla legge riconosciute come religioni, appunto, "tradizionali" della Russia e come tali godono di importanti privilegi) alcuni ortodossi preferiscono il dialogo con l’islam. Fino a giungere a espressioni grottesche come quella del vescovo Vladimir (Ikim) della diocesi dell’Asia centrale (legata al Patriarcato di Mosca), secondo cui "La prima spina nei rapporti tra il mondo islamico e quello cristiano non è stata confitta dai musulmani, bensì dalle avventure militari dei papi nel medioevo, le cosiddette crociate". Quando nel 1452 in Santa Sofia di Costantinopoli venne celebrata dal legato romano una liturgia per proclamare l’unione tra cattolici e bizantini; un funzionario della Chiesa d’oriente gridò: "Meglio il fez turco che la tiara papale". Una storia che si ripete.