Avvenire, 28 agosto 2004
ANNIVERSARI
Cinquant'anni fa la morte dell'arcivescovo che guidò Milano nel difficile passaggio dal regime fascista alla democrazia
Schuster, monaco in porpora
Aperto avversario delle leggi razziali, nel ’39 pronunciò un duro discorso contro la "mistica" mussoliniana
Di Antonio Airò
Il 14 agosto 1944 i tedeschi trucidano in piazza Loreto a Milano quattordici partigiani e abbandonano i corpi alla visione atterrita della popolazione. L'arcivescovo, Ildefonso Schuster, scrive subito all'ambasciatore tedesco chiedendo che i cadaveri siano rimossi, "altrimenti sarebbe andato lui a trasportarli". Alcuni mesi dopo, il 29 aprile 1945, sempre in piazza Loreto, di fronte allo scempio del corpo di Mussolini e degli altri gerarchi fascisti da parte della folla, informa il prefetto Riccardo Lombardi e le autorità del Cln che lui stesso "in porpora" avrebbe dato la benedizione alle salme "perché si deve aver rispetto di qualsiasi cadavere".
Due episodi ben noti nel lungo episcopato ambrosiano - dal 1929 al 1954 - del cardinale Schuster, proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1996. Mentre la Diocesi e l'intera Chiesa universale si apprestano a celebrare il cinquantenario della sua morte (30 agosto 1954), ci sembra che questi stessi episodi ben rappresentino il senso più autentico del suo magistero e del suo ministero in un'epoca segnata dal prevalere, non soltanto in Italia, di ideologie anticristiane, dal bolscevismo al nazismo e al fascismo, contro le quali Schuster usa soltanto la forza del Vangelo e dell'amore per i più poveri, i più emarginati. È questo, sull'esempio di sant'Ambrogio e di san Carlo - e non si stanca di ripeterlo in ogni occasione - il dovere di un vescovo.
Anche se questo dovere di Schuster ha trovato e trova tuttora letture più o meno strumentali. A ragione padre David Maria Turoldo, che proprio negli anni turbinosi della guerra e del dopoguerra visse il suo impegno in un rapporto anche conflittuale con il pastore della Diocesi ambrosiana, ben riassume, a nostro giudizio, la sua figura e il suo ruolo di vescovo: "Sbagliano - ha affermato - coloro che lo pensano coinvolto nel fascismo o altro. Schuster non era né fascista, né antifascista: e non era neppure neutrale. Schuster era un monaco e basta. Monaco è uno che ha solo Dio in testa. Un "monaco in battaglia" dopo essere stato "soldato nel monastero"". L'aver dimenticato questo aspetto essenziale e peculiare rischia di far apparire contraddittorio l'episcopato di Schuster.C'è infatti l'arcivescovo che, in coerenza con la sua concezione di società e quindi di città, come "monastero ordinato" sotto la guida dell'abate, benedice già nel 1924 i gagliardetti della sezione fascista di San Paolo fuori le mura; che a Milano partecipa alle cerimonie del regime e che in occasione della guerra d'Etiopia inneggia in Duomo a un conflitto "che reca il trionfo della Croce di Cristo, spezza le catene, spiana le strade ai missionari del Vangelo". Ma c'è anche il cardinale che, nel 1931, in occasione del duro scontro tra il fascismo e la Chiesa italiana con il conseguente scioglimento delle associazioni cattoliche, diserta la cerimonia di inaugurazione della Stazione Centrale, costringendo Mussolini e il Re a fare altrettanto. Nel gennaio 1939, rivolgendosi al clero milanese, pronuncia un duro discorso contro il regime: "È inutile voler stabilire un armonico binomio: Religione e Patria. Lo Stato fascista crea l'etica sua che però non ha niente a che vedere con l'idea religiosa". Il discorso non viene però pubblicato sulla rivista ufficiale della diocesi. Non sicuramente per un eccesso di prudenza, perché Schuster non era certo tipo da farsi intimorire. Nemmeno due mesi prima, il 13 novembre 1938, all'indomani delle leggi razziali e dell'appiattimento di Mussolini su Hitler, aveva pronunciato in Duomo una forte omelia ,che già nel titolo ("Un'eresia antiromana") denunciava l'inumanità del nazismo e, di conseguenza, del fascismo. Quando l'arcivescovo parla ai suoi preti, probabilmente non ignora che Pio XI sta lavorando ad un'enciclica contro il nazismo. Ma papa Ratti sarebbe morto pochi giorni dopo. Il discorso verrà reso noto soltanto nel 1951.
C'è poi l'arcivescovo che, durante la guerra, si adopera fino allo stremo delle forze per salvaguardare la popolazione e Milano, che vorrebbe diventasse città "libera" - e in tal senso scrive a Mussolini - da distruzioni, rappresaglie, stragi, mentre con il suo sostegno numerosi preti e tanti laici di Azione cattolica si impegnano nell'aiuto agli ebrei, ai militari sbandati, ai giovani renitenti, alimentando in misura crescente le file dei partigiani.
Una storia in gran parte nota che ha il suo culmine, il 25 aprile 1945, nell'incontro in arcivescovado tra i leader del Cln e Mussolini per porre fine alla guerra. Il Duce preferì allontanarsi e cercare di arrivare in Svizzera, ma i partigiani lo intercettarono a Dongo. Per l'arcivescovo ricominciava la dura fatica di vescovo fra la sua gente.