Avvenire, 21 settembre 2004
INTERVISTA
Parla l’antropologo René Girard, teorico del "capro espiatorio": "I suicidi partecipano attivamente alla violenza e questo genere di sacrificio non esaurisce l’odio, ma ne genera dell’altro. Siamo di fronte a categorie nuove"
"I kamikaze? Non sono veri martiri"
"Le correnti musulmane ultra-conservatrici hanno rimpiazzato la minaccia del comunismo e mi sorprende che in Occidente non se ne discuta abbastanza. L'uso della forza militare non è di per sè sbagliato, ma dev'essere accompagnato dalla conoscenza"
Da Washington Elena Molinari
René Girard, antropologo e teorico della "rivalità mimetica" come molla dei comportamenti umani, ha parlato più volte del terrorismo islamico come di una manifestazione del risentimento storico dei Paesi poveri contro quelli ricchi. Ma anche il filosofo francese, che da cinquant'anni vive e insegna negli Usa (attualmente alla Stanford University), ammette di non sapere abbastanza per comprendere e catalogare il terrorismo internazionale. E accusa le società occidentali, quella americana in particolare, di non voler individuare le radici del fenomeno.
Professor Girard, dopo gli Stati Uniti, ora anche la Russia ha dichiarato guerra al terrorismo mondiale. Il Paese è stato colpito duramente dalle azioni omicide di gruppi estremisti di matrice islamica e le similitudini con le carneficine che hanno insanguinato altre parti del mondo non mancano. Crede che siamo di fronte a un movimento coordinato e globale?
"Le azioni di terrorismo che abbiamo visto in questi mesi dall'Iraq all'Indonesia alla Russia fanno indubbiamente parte di un fenomeno mondiale, anche se non è possibile dire fino a che punto siano effettivamente coordinate. È indubbiamente nell'interesse di Putin, come di Bush, presentare il suo nemico come globale per godere di maggiore supporto internazionale, ma gli aspetti che accomunano questi movimenti sono reali. Il rapporto della commissione indipendente americana sull'11 settembre ha messo in evidenza che la maggior parte dei dirottatori di New York e Washington avevano preso in seria considerazione la possibilità di prestare i loro "servizi" in Russia. Per questo mi preoccupa la tendenza di criticare Putin sempre e comunque. La nostra prima reazione dovrebbe essere di compassione, quindi ci dovremmo interrogare sulla natura di quello che sta affrontando e su come tocca il resto del mondo".
Cosa crede che accomuni i diversi gruppi terroristici che affiorano in diversi parti del mondo? L'ispirazione a una forma estrema di islam? O intravede un'ideologia comune?
"È difficile usare la parola ideologia a proposito di gente che non propone niente e il cui unico desiderio è la distruzione del loro nemico. Non c'è un sistema di idee. Quanto alla radice religiosa, non sono certo che la si possa chiamare così. La domanda di fondo è che cosa si intende per religione. Certo questi gruppi hanno qualcosa a che fare con la religione, ma in modi che per noi occidentali sono incomprensibili. La usano per produrre un numero infinito di attentatori suicidi e questo è assolutamente nuovo".
È uno sviluppo che la sorprende?
"Sì, anche se mi sorprende ancora di più che in Occidente non si discuta abbastanza la natura di questo fenomeno. Non si parla dell'uso che viene fatto dell'islam, del fatto che questa forma di islam ultra-conservatore ha rimpiazzato il comunismo come minaccia epocale all'Occidente e che la violenza nel mondo ha raggiunto nuovi livelli. Fino a 15 anni fa il timore principale per la sicurezza mondiale veniva dalla minaccia nucleare, ma le probabilità che le superpotenze utilizzassero i loro arsenali erano minime. Ora invece sappiamo che i terroristi possono ottenere ordigni atomici e che non esiteranno ad usarli. La scarsissima quantità di riflessione approfondita e di ricerche in proposito è allarmante. Decisamente l'approccio dell'amministrazione Bush è insufficiente. Tratta la minaccia del terrorismo in modo superficiale".
Crede che sia sbagliato ricorrere all'intervento militare per colpire i terroristi?
"L'uso della forza militare non è di per sè sbagliato, ma dev'essere accompagnato dalla conoscenza del fenomeno, di come è nato e di come si sta sviluppando, altrimenti si colpisce alla cieca. Sappiamo solo che i cosiddetti Paesi del terzo mondo hanno molte ragioni di sentirsi maltrattati e di odiarci, ma che questo risentimento generi migliaia di kamikaze è inaudito. E nessuno si chiede il perché".
Eppure negli ultimi tre anni sono uscite centinaia di nuovi libri sul terrorismo...
"I libri che vedo in circolazione sono pieni di illazioni, non di studi approfonditi. Anche perché nessun autore può accedere appieno alle uniche fonti che potrebbero fornire informazioni: i terroristi stessi, soprattutto i vertici delle organizzazioni. I governi occidentali ne hanno in mano pochissimi, e questi a quanto pare non rivelano molto. È incredibile a mio parere che non sappiamo nemmeno se Benladen sia vivo o morto. Cinquant'anni fa nessuno lo avrebbe accettato. Ora invece la maggior parte della gente, soprattutto in America, non ha abbastanza curiosità intellettuale. Questo tipo di terrorismo non ha niente a che vedere con i movimenti che abbiamo visto all'opera in passato, che avevano rivendicazioni locali e specifiche. È importante che scopriamo quale livello di cooperazione c'è fra i movimenti attivi in Cecenia, a Jakarta, a Baghdad, in Israele. O, se sono scollegati e spontanei, cosa genera questa epidemia di giovani disposti a morire solo per infliggere altra morte. E non credo che la mancanza di informazioni disponibili sia dovuta alla segretezza del governo Bush. Credo che anche loro sappiano ben poco".
I terroristi usano la parola martire per descrivere i kamikaze. Ma non è certo il martirio della tradizione cristiana. Quale rapporto vede fra i due concetti? Dov'è l'elemento catartico del sacrificio nella violenza degli attentatori suicidi?
"Il martire cristiano è una vittima della violenza ma non vi partecipa attivamente. In quello che vediamo oggi la partecipazione attiva è tutto. Non è adeguato dunque usare la parola martire per descrivere queste azioni suicide. E questo genere di sacrificio non esaurisce la violenza, ma ne genera di nuova. Siamo di fronte a categorie nuove, di cui dobbiamo sapere di più. Anche in questo caso, solo la conoscenza dell'altro ci aiuterà ad affrontare la paura e ad evitare altri errori come la guerra in Iraq. È vero che Saddam Hussein era un dittatore crudele e pericoloso, ma quando lui era al potere l'Iraq era uno dei pochi Paesi ne lla regione libero da gruppi jihadisti. Il fatto che il governo statunitense si sia convinto che Saddam facesse parte di una larga congiura che comprende l'11 settembre è per me segno di disprezzo nei confronti di ogni tipo di analisi fondata sui fatti e non sulle ideologie".
Come si spiega questa mancanza di desiderio di conoscenza che, a quanto dice, negli Usa parte dall'alto?
"In America la mancanza di interesse nei confronti degli altri Paesi è molto radicata. È un problema che nasce nelle scuole ma che è anche una conseguenza del successo economico e politico degli Stati Uniti. Gli americani sono abituati a guardare a sè stessi quando cercano modelli cui far riferimento per comprendere il nuovo. Certamente non basta per comprendere la nuova realtà".