Avvenire, 23 settembre 2004
Diritti religiosi, Arabia nella lista nera
Gerolamo Fazzini
L'Arabia Saudita è da tempo nella lista nera dei Paesi che meno tutelano la libertà religiosa. Nel 2003 era finita all'ultimo posto della classifica stilata da "Open Doors", un'organizzazione statunitense in difesa dei cristiani perseguitati. Ora il Dipartimento di Stato americano, nel suo ultimo Rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo, diffuso nei giorni scorsi, per la prima volta cita Riad con un perentorio giudizio: "La libertà religiosa non esiste, non è riconosciuta o protetta dalle leggi del Paese. I non musulmani rischiano arresti, imprigionamenti, fustigazioni, deportazione e talvolta la tortura".
Particolarmente duro è il comportamento della Muttawa, la polizia religiosa. Chi ne ha fatto esperienza diretta è Brian O' Connor, un cristiano indiano arrestato (e tuttora in carcere) con accuse strumentali, sottoposto a minacce di morte se non abiurerà la sua fede.
Date queste premesse, sorprende apprendere, per bocca di un testimone di eccezione, che, nonostante le pesanti limitazioni all'esercizio del culto, "in Arabia Saudita la situazione è molto simile a quella delle prime comunità cristiane: una Chiesa vivace, nelle mani di leader laici che dirigono le molte comunità di base. Una Chiesa che prega e che spera un giorno di potere uscire dalle catacombe".
Così si esprime il vescovo Paul Hindner in un'intervista a Giuseppe Caffulli, che apparirà sul prossimo numero di "Mondo e Missione". Neo-ausiliare del Vicariato apostolico d'Arabia, il cappuccino svizzero opera nella circoscrizione ecclesiastica più vasta del mondo (oltre 3 milioni di chilometri quadrati), che comprende la Penisola arabica, i cui Paesi sono tutti a larghissima maggioranza musulmani.
Difficile fare stime sulla presenza dei cristiani. Numeri esatti non ne esistono. Con grande prudenza, monsignor Hinder azzarda per l'Arabia saudita una "cifra convenzionale": almeno 1 milione e 300 mila. "Ma - precisa - penso siano molti di più. I cittadini filippini nel Paese sarebbero circa un milione, per l'85% cattolici. Il che vuol dire 850 mila. Senza contare gli indiani. Questo è un altro paradosso. La maggior parte dei cattolici del nostro vicariato si trova in Arabia Saudita, dove non possiamo operare liberamente".
È realista il vescovo: "Il clima attuale non è tale da fare pensare ad una apertura come la intendiamo noi". Ma non cede alla rassegnazione: "Credo che inevitabilmente qualcosa dovrà avvenire. Se i Paesi del Golfo non si aprono maggiormente ai diritti anche religiosi degli immigrati, nascerà inevitabilmente un conflitto interno al Paese".