Corriere della Sera, 8 ottobre 2004

Gran Bretagna, sentenza (non appellabile) contro la volontà dei genitori. "Avrebbe una vita di dolore"

Il giudice ordina: "Si può far morire la bimba malata"

LONDRA — L'Alta Corte britannica ha deciso ieri che la vita sarà negata a una bambina, Charlotte Wyatt, perché il futuro non le avrebbe dato un'esistenza degna d'essere vissuta. Il giudice Hedley ha dovuto scegliere tra le ragioni dei genitori della piccola, due persone ricche di fede cristiana al punto di credere possibile un miracolo per Charlotte Wyatt, e quelle dei medici dell'ospedale di Portsmouth, che invece chiedevano che la bambina, in caso di ulteriore peggioramento, non venisse più rianimata. La bimba, 11 mesi, vive nell'incubatrice, non vede, non sente e se dovesse sopravvivere secondo i medici avrebbe un'esistenza "di dolore e di sofferenza".

In caso di crisi non sarà rianimata. "E' nell'interesse della neonata"

"Potete lasciar morire la piccola Charlotte"

Londra, l'Alta Corte autorizza i medici contro il parere dei genitori

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

LONDRA — In Gran Bretagna non c'è più la pena di morte, perché la giustizia non s'arroga il diritto di decidere sul bene più sacro della persona, ma un giudice dell'Alta Corte ha dovuto decidere ieri che la vita sarà negata a una bambina, Charlotte Wyatt, perché il futuro non le avrebbe dato un'esistenza degna d'essere vissuta. Rara, angosciosa, fatale decisione quella presa dal giudice Hedley, nel caso che opponeva i genitori della piccola, due persone ricche di fede cristiana al punto di credere possibile un miracolo per Charlotte, e il "trust" che governa l'ospedale di Portsmouth, del servizio sanitario pubblico, che invece chiedeva che la bambina, in caso di ulteriore peggioramento, non venisse più rianimata.

Nella sentenza il giudice ha argomentato per mezz'ora, in un'aula palpitante d'emozione, prima di giungere al verdetto: e quando s'è capito che la risposta sarebbe stata negativa, la madre di Charlotte, Debbie, che aveva tenuto stretta la mano del marito Darren, ha cominciato a piangere in silenzio. Dolore, e anche rassegnazione: i genitori non s'appelleranno alla sentenza.

Casi come questo sono rarissimi, tre in 15 anni, perché in genere i medici e i genitori trovano l'accordo sulle cure da dare al paziente senza speranza. Non così a Portsmouth, dove Charlotte è nata undici mesi fa, a 26 settimane di gravidanza, ma con uno sviluppo di sole 19 settimane: pesava meno di mezzo chilo, era lunga come una penna a sfera. Da allora non è migliorata, per tre volte è stata in punto di morte, sempre rianimata. Vive nell'incubatrice, non vede, non sente e se dovesse sopravvivere, "in una scatola di plastica", avrebbe un'esistenza "di dolore e di sofferenza": non conta solo la vita, dicono i medici, ma anche la qualità della vita. Al contrario i genitori chiedevano che la battaglia della loro figlia, "una combattente", fosse aiutata. Da un lato si temeva l'accanimento terapeutico, dall'altro l'eutanasia, anche se in aula i due termini non hanno avuto riconoscimento ufficiale.

Davanti al giudice, ai periti dell'ospedale che esponevano la fredda realtà, David Wyatt, un cuoco di 32 anni, ha opposto la speranza di un genitore disperato: "Quando s'arriva al punto di amare qualcuno, non lo si può buttare via come se fosse un uovo avariato, e dire: prendi un altro uovo". Sì, ha ammesso, potrebbe cambiare idea se vedesse la figlia davvero soffrire: "Ma credo che ci siano cose nella medicina che la possano aiutare ad andare avanti, e che persino Charlotte possa uscire e vedere gli alberi e tutto il resto". Un miracolo, ha detto. Parole drammatiche, e anche ricche d'umanità, che hanno messo in difficoltà il giudice Hedley. Nella sentenza, ha ammesso di aver pensato di autorizzare una tracheotomia nel caso che Charlotte avesse un'altra crisi respiratoria. Ma poi s'è convinto che "non sarebbe stato nell'interesse della bambina". Quindi ha detto di essersi preoccupato di tre aspetti: dare conforto a Charlotte, permetterle di stare il più possibile con i genitori nel tempo che le resta da vivere, permetterle di lasciare la vita in pace. Cioè, nelle sue stesse parole: "Il maggior sollievo possibile, il maggior tempo possibile per stare con i suoi genitori, e che le sia permesso di andare incontro alla sua fine, nelle parole del signor Wyatt, con il TLC di coloro che l'amano di più".

Un vezzo di gergo legale, l'uso di quell'acronimo, TLC, da parte del giudice: significa "tender loving care", cioè "tenere cure amorose", e forse Hedley non osava mettere in una sentenza parole così dolci. Così si chiude il caso legale, poiché non ci sarà appello, ma non si chiude la pena di Charlotte. Ora dovrà cavarsela da sola, e ogni ora che strapperà alla vita verrà impugnata da coloro che considerano disumana questa sentenza.

Ieri la Bbc ha intervistato Judy Hilton, una madre di Oxford che fece ricorso al giudice in un caso analogo, ma contrario: era lei a chiedere che il figlio, irreparabilmente danneggiato, fosse lasciato morire. Allora la giustizia le diede ragione, ma ieri aveva parole di solidarietà per i coniugi Wyatt: "Li capisco, ma bisogna preoccuparsi per la vita che avrebbe un figlio che dovesse sopravvivere". Tragedie della condizione umana.

Alessio Altichieri