Avvenire, 14 ottobre 2004
IL CASO.
Anche negli anni del "socialismo di mercato", continuano persecuzioni e violenze. Una denuncia di "Reporter senza frontiere"
Cina, il Libro nero
Come nella Rivoluzione culturale, vi sono incarcerazioni senza imputazione, processi sommari, esecuzioni. I cyber-dissidenti
Di Edoardo Castagna
Per essere completo dovrebbe essere un’enciclopedia. Se Il libro nero della Cina raccogliesse, come il suo omologo dedicato al comunismo in generale, l’intera serie dei delitti compiuti dai governi di Pechino, le pagine di un volume non basterebbero mai. Quello raccolto da "Reporter senza frontiere" e ora tradotto da Guerini (con prefazione di Piero Ostellino, pagine 190, euro 15,50), perciò, si concentra solo sugli ultimi anni, quelli del boom dell’economia di mercato. Il quadro tracciato dai documenti e dalle testimonianze di "Amnesty International", "Human Rights Watch", Marie Holzman e molti altri, è quello, fosco e muto, di una cappa repressiva che strangola il dibattito, infierisce sui cittadini e sprezza i diritti umani.
La "Quarta generazione" al potere a Pechino ha concesso ai cinesi la facoltà di arricchirsi, ma ha negato ogni altra libertà. L’economia "socialista di mercato" non fa eccezione. Il governo di Hu Jintao, successore di Jiang Zemin, pretende che l’economia privata decolli senza concedere nulla ai suoi corollari necessari, come le libertà civili. La "stabilità" viene inseguita con ferocia e l’azione repressiva continua a premere sui cittadini.
Le violenze e gli arbitri che oggi affliggono la Cina ricordano la Rivoluzione culturale: incarcerazioni senza imputazione, processi sommari, delazioni, torture, esecuzioni. I documenti del Libro nero si attengono il più possibile ai dati ufficiali, già sufficienti a evidenziare "violazioni di massa dei diritti umani". Amnesty "ha censito 1.060 esecuzioni solo nel 2002". Ma "uno studio basato su documenti interni al Partito comunista cinese fa pensare che la Cina compia, in effetti, circa 15.000 esecuzioni capitali ogni anno", ovvero "più individui che in tutto il resto del mondo sommati insieme". Si rischia la morte non solo per reati violenti, ma anche per frode fiscale o contrabbando; avvengono esecuzioni di bracconieri di panda e di malati di Sars che non rispettano la quarantena, di funzionari corr otti e di ladri d’arte. Per contro, "non si rileva alcun caso di padre giustiziato per infanticidio. Eppure è accertato che mancano sempre più bambine all’appello".
La tortura è praticata soprattutto "contro i dissidenti politici, i monaci tibetani, gli operai migranti, le persone che infrangono la politica del figlio unico, i cattivi contribuenti". Infierisce sui musulmani dello Xinjiang – la regione più occidentale della Cina – accusati di "separatismo" (e dopo l’11 settembre di "terrorismo") e può essere anche psichica: "Decine di dissidenti sono internati con la forza negli ospedali psichiatrici e sottomessi a trattamenti coatti".
L’informazione è stata "liberalizzata" dal 2003: stampa e televisione competono nel mercato, sono nati grandi gruppi privati, si contano duemila quotidiani e altrettante televisioni, però "il Partito comunista non abbandona il controllo sul contenuto delle informazioni". Emblematico il caso dell’epidemia di Sars: inizialmente il governo aveva imposto il silenzio, poi "dall’oggi al domani ha ingaggiato i media in una campagna di propaganda e di mobilitazione nazionale". I dissidenti si sono spostati su internet, meno facilmente censurabile, ma ora la repressione si concentra proprio sul web. "Al 1° aprile 2004, "Reporter senza frontiere" censiva settantadue cyberdissidenti e navigatori di internet incarcerati"; il governo elabora tecnologie per individuare i contenuti "sovversivi" presenti in Rete e gli operatori privati si adeguano. Molti siti stranieri non sono raggiungibili dalla Cina e i forum di discussione sono costantemente tenuti d’occhio dalle autorità.
Tassi di crescita economica spettacolari (il Pil aumenta dell’8-10 per cento ogni anno) si accompagnano alle dure condizioni di lavoro di un capitalismo non moderato da rivendicazioni operaie. Le fabbriche della Cina oggi ricordano quelle dell’Italia di cent’anni fa: ambienti insalubri e pericolosi, straordinari obbligatori e non retribuiti, giornate da dieci o dodici ore, poca libertà di movimento, lavoro minorile. Non sono ammessi sindacati indipendenti e quello ufficiale, la Fnsc, si preoccupa più della "stabilità" sociale e del controllo dei lavoratori che della loro tutela. I laogai, i campi di "rieducazione" attraverso il lavoro, non solo esistono ancora, ma si valuta che rinchiudano almeno cinque milioni di persone.
L’operazione "Colpire duro", lanciata contro la criminalità nel 2001, ricorda da vicino la Rivoluzione culturale, tanto che si stabilisce a priori "quale percentuale della popolazione debba essere condannata e a quale ritmo". La Cina, denuncia il Libro nero, sottoscrive trattati, firma protocolli, ricerca consenso internazionale, ma nei fatti rimane uno Stato oppressivo. "Non illudiamoci – avverte Marie Holzman – l’organizzazione dei Giochi olimpici a Pechino nel 2008 darà luogo a feroci operazioni di repressione preventiva".