Avvenire, 24 ottobre 2004

COMUNISMO

Un libro ricostruisce con le foto dei perseguitati e la loro testimonianza di sopravvissuti una delle pagine più nere del XX secolo. Ma non tutto è finito: la mentalità che fece prosperare il totalitarismo si sta diffondendo di nuovo in Russia. Manca un vero esame di coscienza collettivo

Gulag, le voci dopo il silenzio

Di Sergej Kovalev

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il libro

L'album della repressione in Urss

Le foto mai viste dei Gulag: arriva anche in Italia il libro del fotografo polacco Tomasz Kizny, intitolato "Gulag". Un libro in grande formato (Bruno Mondadori, pagine 496, euro 59) realizzato dopo 17 anni di indagini e di raccolta di documenti. Lo scrittore spagnolo Jorge Semprun firma, con lo storico inglese Norman Davies e Sergej Kovalev, le prefazioni a questo libro che racconta la storia dei sopravvissuti alla repressione staliniana con le loro foto e la loro testimonianza. Dal libro pubblichiamo la prefazione di Sergej Kovalev, ex detenuto della Kolyma e da sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani. In contemporanea Bruno Mondadori pubblica anche "Storie di uomini giusti nel Gulag", a cura di Gabriele Nissim (pagine 376, euro 22).

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Le repressioni di massa che sono avvenute in Urss hanno fatto molte più vittime delle guerre a cui questo Paese ha preso parte nel corso degli ottant'anni della sua esistenza. Il sistema politico, basato sull'odio e sulla brutalità, seminava il terrore tra la popolazione, anche tra i funzionari del sistema, che potevano anch'essi diventare delle vittime. Nella Russia sovietica si sviluppò una pericolosa mistura di mentalità servile e mentalità rivoluzionaria.

La mentalità servile, radicata da secoli in Russia, si esprimeva nel timore del potere e nella convinzione da parte del popolo che la brutalità fosse naturale e necessaria per dirigere lo Stato. La mentalità rivoluzionaria, da parte sua, aveva introdotto un principio: l'obiettivo doveva essere raggiunto a ogni costo, con un totale disprezzo per la vita dell'individuo. Tali erano le fondamenta di uno Stato che imprigionava e assassinava i suoi cittadini in nome di un'ideologia.

I bolscevichi misero in piedi un sistema di campi e di colonie penali non appena arrivarono al potere, nel 1917. All'inizio, vi internarono gli avversari politici: i membri dei partiti rivali e gli ufficiali dello zar. In seguito, vennero relegati nei campi tutti i cittadini che non sostenevano il potere: imprenditori, funzionari, membri dell'intellighenzia e del clero, contadini ricchi. Il terrore finì per pervadere ogni strato della società, e nel Gulag cominciarono ad affluire anche comunisti e cekisti. Ognuno poteva trovarsi dietro le sbarre in seguito a una denuncia, a confessioni estorte con la tortura o, anche, "per niente", nel quadro di una nuova operazione dello Nkvd decretata dal Politburo. Lo Nkvd fissava il contingente delle persone da arrestare e decideva quali gruppi sociali e quali minoranze nazionali dovessero essere "epurate".

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale cominciarono ad arrivare nei campi del Gulag anche i cittadini dei Paesi conquistati dall'Urss: lituani, lettoni, estoni, polacchi. Dopo la morte di Stalin, a metà degli anni Cinquanta, la maggior parte dei prigionieri stranieri e dei prigionieri politici venne liberata. Ma i campi del Gulag si riempirono presto di nuovo di tutti i rinnegati, i dissidenti, gli scrittori, i militanti dei movimenti religiosi o nazionali: ucraini, tatari, armeni... La repressione durò fino alla metà degli anni Ottanta, epoca della perestrojka di Michail Gorbacev.

Il Gulag è una pagina di storia non ancora conclusa. Prima di tutto perché fino a oggi non sappiamo tutta la verità su di esso. Inoltre, il gulag esiste ancora nella mentalità della società russa, nel servilismo, nel credere alla propaganda e alla calunnia, nell'indifferenza verso la sorte dei concittadini e verso i crimini e i delitti commessi dallo Stato contro di loro.

La mentalità servile sopravvive ancora oggi in Russia, perché il sistema sovietico non è stato condannato ufficialmente. Non c'è stato l'equivalente del processo di Norimberga. Ma chi avrebbe potuto iniziarlo e portarlo avanti? Il presidente Boris Eltsin, sorprendentemente, ha fatto un timido tentativo nel 1992. Il tribunale costituzionale avrebbe dovuto giudicare se la decisione di sciogliere il Partito comunista sovietico, presa un anno prima dal presidente, fosse fondata. Nel frattempo, l'associazione Memorial aveva prodotto un documento in cui si stabiliva che il Partito comunista sovietico era stato un'organizzazione criminale. E non successe nulla. Il tribunale pronunciò un verdetto ambiguo. Perché? Immaginiamo che in Germania la denazificazione fosse stata condotta da ex funzionari dell'apparato hitleriano. Quale sarebbe stato il risultato? Oggi, in Russia, tutti i posti chiave sono ricoperti da persone che hanno fatto parte di quello stesso sistema, vecchi appartenenti al partito o funzionari dei servizi di sicurezza. A nessuno conviene che sia stabilita la verità, e non c'è neanche da pensare a dei processi.

In occasione dell'anniversario della morte di Stalin, il presidente della Russia, Vladimir Putin, ha ristabilito l'inno nazionale staliniano e ha fatto un brindisi. "Forse commetto un errore - ha detto - ma mi sbaglio insieme al popolo intero". E poco a poco, sistematicamente, ricorrendo a decreti e con le idonee pressioni, il popolo viene privato della libertà. I giornalisti già sanno cosa è meglio non dire, i giudici sanno quali limiti non devono sorpassare. Sono gli effetti dell'educazione sovietica, la lunga ombra del Gulag.

Sono decisamente avverso a leggi che prevedono la verifica storica. Ma credo, comunque, che gli individui colpevoli di aver commesso crimini nel passato siano penalmente responsabili e che debbano essere giudicati. Non sulla base di nuovi codici, come è successo a Norimberga, ma conformemente alla legge che era in vigore in Urss all'epoca in cui i crimini furono commessi. Centinaia di migliaia di persone sono state condannate con verdetti che non vennero pronunciati nel rispetto della legge. Questa è una responsabilità dei giudici. E cosa dire degli inquisitori che torturavano gli arrestati e fabbricavano false accuse? Questi processi dovrebbero essere fatti. Non per punire quei giudici e metterli in prigione, ma perché le sentenze siano emesse nel rispetto della legge. In nome di una giusta condanna dei loro atti, per chiamare le cose con il loro nome, mentre i colpevoli potrebbero essere amnistiati o condannati a una pena simbolica.

Ma non ci si può far conto, purtroppo. Non solo per ragioni politiche, ma anche a causa della nostra mentalità: non vogliamo sentirci colpevoli.

Non abbiamo voluto sapere nulla del Gulag, non abbiamo voluto vederlo, abbiamo creduto alla propaganda, che definiva gli arrestati "nemici del popolo". Li odiavamo. Andavamo nelle strade con i cartelli "Morte ai cani trotzkisti!". Gridavamo alle riunioni, reclamando la loro morte. Eravamo una massa. Se per qualche miracolo, questa mentalità sovietica venisse spezzata, dovremmo pronunciare una sola parola: perdono. Come i tedeschi. Ma noi stiamo ancora cercando i colpevoli. Certo, in una prima fila tra i responsabili del Gulag ci sono il partito comunista, i servizi di sicurezza, il sistema. Ma non bisogna dimenticare che siamo stati noi, i cittadini di questo Paese, a creare questo sistema.