Corriere della Sera, 6 novembre 2004

IL DUBBIO

Non proiettiamo sugli Usa i nostri antagonismi interni

Alcuni "maestri del pensiero progressista" confondono l'America con i suoi leader

di PIERO OSTELLINO

Temo di dover dare un dispiacere a Sergio Romano, persona che stimo e di cui sono amico. Dopo che Bush ha dilapidato il patrimonio di consensi seguito all'11 settembre — egli dice — l'America si è divisa, rivelando contemporaneamente, "in quel momento", di essere una grande democrazia. La società si risveglia dal torpore; la stampa esce dal conformismo e paragona l'Iraq al Vietnam, eccetera, eccetera. Ma poi, conclude: il presidente dovrà ricomporre l'unità del Paese. Amico mio, hai detto — da storico — che l'America ha dimostrato di essere una grande democrazia quando non tutti erano d'accordo e poi — da ambasciatore — solleciti il presidente a fare in modo che tutti tornino d'accordo? Ma le differenze, le diversità, le divisioni, e persino i conflitti, all'interno di un sistema di valori condivisi, sono la democrazia. Solo nei regimi totalitari tutti sono sempre d'accordo. O da noi, dove tutto affoga — dopo l'insulto — nella marmellata del volemose bene, della concertazione, delle verifiche, dei "tavoli" a tante gambe.

Ma c'è di peggio. E, fortunatamente, non riguarda noi del Corriere. La più antica e stabile democrazia nel mondo ha rieletto presidente l'uomo che certi nostrani "maestri del pensiero progressista" avevano definito uno stupido o, addirittura, il capo di una banda di criminali. A questo punto, o c'è qualcosa di profondamente sbagliato nella democrazia americana, o qualcosa che non va in un certo giornalismo in Italia. Forse — ma non mi illudo — i "maestri del pensiero progressista" farebbero bene a smetterla di intingere la penna nell'olio di ricino, quando scrivono dei loro avversari politici, e a incominciare a riflettere sul proprio modo di fare giornalismo.

Nel loro provincialismo, i "maestri del pensiero progressista", proiettando sulla campagna elettorale americana gli antagonismi interni italiani, avevano inoltre concluso che la sconfitta di Bush si sarebbe risolta anche in una sconfitta dei suoi "amici", Blair e Berlusconi. Ma Blair e Berlusconi e quanti — come Aznar, prima di Zapatero — hanno fiancheggiato l'America in Iraq non erano gli amici di Bush. Erano semplicemente gli alleati dell' America. L'errore di prospettiva sugli "amici di Bush" ne aveva generato, però, un altro, del tutto speculare, sui "nemici di Bush". Così, paradossalmente, i "maestri del pensiero progressista" si sono trovati allineati a un uomo di destra come Chirac. Ma, così come Blair e Berlusconi non erano (non sono) gli amici di Bush, Chirac non ne era (non ne è) il nemico. Il presidente francese era (è) semplicemente un antagonista dell'America, come in passato lo era stato de Gaulle. Ciò nella convinzione che un'Europa unita sotto la bandiera francese produrrebbe, sul piano mondiale, una attenuazione del carattere unipolare del sistema internazionale e la creazione di un contrappeso nei confronti della sola potenza rimasta, gli Usa e, su quello europeo, l'affermazione dell'egemonia francese sul continente.

Ma una vittoria di Kerry non avrebbe attenuato l'unipolarità del sistema internazionale; non avrebbe cambiato l'America, che sarebbe rimasta in Iraq e, col nuovo presidente, avrebbe, se mai, chiesto anche alla Francia e alla Germania di farsene carico; né avrebbe cambiato la Francia, che avrebbe continuato a perseguire i propri obiettivi e a opporsi a un proprio coinvolgimento; né modificato l'impegno degli alleati inglese, italiano e di quant'altri che già si trovano in Iraq. Ora, che a proporsi di fare da contrappeso all'America nel mondo sia un grande Paese come la Francia, erede di Napoleone — che dell'unità europea e del ruolo egemone del proprio Paese fu, a suo modo, artefice e promotore — è, se non giustificabile, quanto meno comprensibile. Che lo sia qualche provinciale "maestro del pensiero progressista" nostrano, per fare dispetto al Cavaliere, è solo ridicolo.

postellino@corriere.it