Corriere della Sera, 6 novembre 2004

Reazioni consolatorie al 2 novembre Usa

BUSH, LA SINISTRA E LE SUE CERTEZZE

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

"Ma che razza di Paese è questo che preferisce un presidente così, dopo quattro anni così?" si è chiesto sbigottito un collaboratore del Manifesto, Sandro Portelli, dopo la vittoria di Bush. Ma se qualcuno s'interroga perplesso sul perché di questa vittoria, Rossana Rossanda è pronta, sullo stesso giornale, a fornire la spiegazione del caso. È semplice: "Hanno vinto l'insicurezza e l'arroganza", Kerry è stato travolto da "un'ondata di fondo conservatrice, egoista, nazionalista, bigotta". E poi, naturalmente, dalla "paura". Non c'è stato osservatore accreditato, infatti, che in queste ore non sia ricorso alla spiegazione della paura, quasi con l'aria di dire: che volete farci, gli americani, si sa, di natura sono molto paurosi.

Non voglio dire che sono stati questi gli unici argomenti adoperati a sinistra per farsi una ragione di quanto accaduto martedì negli Usa, ma certo concetti di questo tipo sono risuonati parecchio sui giornali, nelle conversazioni radiofoniche, nei mille incontri quotidiani degli ultimi giorni, specialmente in quella parte del popolo di sinistra di buoni studi e di buone letture, convinta che il presidente americano sia stato eletto in sostanza da un popolo di bruti accecati dal fanatismo. Per fortuna la sinistra è anche altro: è per esempio anche Francesco Rutelli e Massimo D'Alema, i quali, di fronte alla vittoria della destra Usa, hanno invitato la propria parte a capirne le ragioni, a non demonizzarle e a trarne le conseguenze per l'Italia prestando la dovuta attenzione all'elettorato moderato (con il particolare non indifferente che però Rutelli queste cose le va dicendo da tempo, ben prima del 2 novembre). Sta di fatto comunque che a sinistra, e specie tra i non politici, la reazione che potremmo definire di chiusura sembra raccogliere indubbiamente consensi più vasti e più immediati, più sentiti. Non concedere nulla all'avversario e considerare tutte le buone ragioni solo ed esclusivamente dalla propria parte è di gran lunga la reazione prevalente. Ciò non accade per caso ma per un motivo profondo, e cioè per il forte intreccio tra politica e morale che in genere esiste in chi si schiera a sinistra.

Gli elettori di destra pensano di rado di essere eticamente migliori dei loro avversari (al massimo si credono più realisti e dunque più attrezzati a vedere le cose per quello che sono), mentre per coloro il cui cuore batte a sinistra questa sembra essere la regola. Chi si colloca a sinistra sembra avere un bisogno fortissimo di sentirsi più altruista, più onesto, più colto, più sollecito del bene di tutti di quanto egli reputi che siano i suoi oppositori di destra. Come si capisce, da qui a considerare questi ultimi come intrinsecamente seguaci del male, portatori per antonomasia di idee sbagliate, mossi da fanatismi o interessi abbietti, il passo è breve. Con l'inevitabile conseguenza però che quando capita che proprio con una tale genia si perde il confronto elettorale, allora la sconfitta diventa inspiegabile e l'unica cosa è rifugiarsi in una tautologia autoassolutoria che pressappoco suona così: "Certo che i nostri avversari hanno vinto: erano così stupidi e farabutti!".

Non mi soffermo sulle conseguenze negative che da un simile modo di ragionare dovrebbero trarsi nei riguardi del suffragio universale.

Qui voglio solo sottolineare come questa fortissima tendenza emotiva del popolo di sinistra a dare la colpa delle proprie sconfitte alla malvagità della controparte e alla cinica astuzia dei suoi capi (il caso America di Bush è da manuale), rende poi difficilissimo a quella sinistra politica che invece cerca di tenere la testa a posto e di ragionare, trovare il modo di far luce sui veri problemi di fondo.

Problemi che l'inizio del Ventunesimo secolo sta accumulando sulla sua strada in misura impressionante e che proprio la sconfitta di Kerry sottolinea come meglio non si potrebbe. Per dirne solo qualcuno: perché, ad esempio, i temi economici non mobilitano più come una volta il voto di sinistra? Non sarà che la sinistra dà in questo campo un'immagine di sé troppo simile a quella della destra, non riuscendo a indicare una sua diversità, ragionevole ma significativa, rispetto alla prospettiva dominante a trecentosessanta gradi della globalizzazione liberista e del multilateralismo internazionalistico? Ancora: come mai sui temi non economici, sulle cosiddette "moral issues" si nota da qualche anno una capacità di approfondimento culturale, di porre domande, di agitare le coscienze e di spostare le opinioni, da parte di chi non si riconosce nella sinistra che questa riesce a stento a fronteggiare? Perché da tempo nel campo delle idee la sinistra non sembra più capace di fare altro che di giocare in difesa? E infine: perché in moltissime situazioni, tra cui principalissime quelle elettorali, il ceto politico di sinistra, la sua antropologia, il suo abbigliamento, i suoi gesti e i suoi discorsi, la sua cultura, oggi mostrano regolarmente un segno elitario, radical-chic, perfino vagamente snob, comunque abissalmente lontani da quell'elettorato popolare che pure dovrebbe essere vocazionalmente il suo? Ecco delle questioni vere sulle quali discutere: altro che "l'insicurezza e l'arroganza" della perfida America di Bush.