Corriere della Sera, 8 novembre 2004

Cosa insegna all'Italia il voto Usa

UNA LEZIONE DALL'AMERICA

di GIUSEPPE DE RITA

Il risultato delle elezioni presidenziali americane indurrà, vogliamo sperare, le forze politiche italiane a trarne qualche insegnamento in vista dei due fondamentali appuntamenti elettorali nei prossimi diciotto mesi. Forse il più immediato è quello di prendere coscienza che in America non hanno funzionato i tre grandi strumenti fin qui tradizionali della politica: la televisione, per la quale Kerry avrebbe vinto 3 a 0, dopo i duelli sul piccolo schermo; i giornali, che si erano vocazionalmente schierati con lo sfidante e non sono riusciti a decifrare i termini di una sfida già persa; e i sondaggi, che ci hanno raccontato di un testa a testa del tutto inesistente, visti i dati del voto popolare. In Italia nei prossimi diciotto mesi continueremo a privilegiare i tre strumenti sconfitti in America o ne faremo uso meno coatto e pacchiano?

Il secondo insegnamento è legato al peso che nelle elezioni americane ha avuto il territorio: sono stati i movimenti comunitari, le contee rurali, la primordiale cultura dell'America di mezzo, le reti territoriali di militanti, la riscoperta del consenso acquisito porta dopo porta, a far pendere la bilancia a favore di Bush. Anche in Italia (la tendenza è sempre più visibile) il voto è legato al territorio, ma le forze politiche sembrano non averne coscienza; forse è più facile concionare in qualche talk-show che trovare gente capace di scarpinare per il Mezzogiorno o migliaia di piccoli comuni cercando consenso porta dopo porta. Analoga resistenza la politica italiana mostra per un'altra componente essenziale della campagna elettorale americana: l'attivismo su valori conflittuali. Bush ha vinto perché ha saputo mobilitare la tradizionale istanza etica della nazione, che era schierata e si è schierata per il primato della vita, della normalità, del diritto naturale, della famiglia, della religione, affrontando il conflitto con chi appariva difensore di devianze (tipico il rifiuto del matrimonio gay); e sfruttando lo straordinario supporto di militanza dei movimenti evangelici. Far politica in questo modo non ci interessa? Certo non fa parte delle nostre tradizioni, ma è probabile che nei prossimi mesi dovremo imparare: il referendum sulla procreazione assistita scatenerà fondamentalismi etici non riconducibili a mediazioni soffici.

Ulteriore considerazione: sotto la superficie di una leadership personale forte e rozza (da cowboy è stato detto) si è riunito non per incanto ma per scelta strategica, un blocco sociale per molti inatteso: le classi medio basse sono risultate capaci di compattarsi nella tensione di Bush a far muovere l'America, a creare mobilità sociale, a prospettare cambiamento di ceto e di reddito. Non credo che tutto sia legato alla riduzione delle tasse (il popolo dei cinque talenti stava con Kerry); più che l'arma globale della citata riduzione occorre impegnarsi a capire come e dove si distribuisce la nuova composizione sociale e lavorare politicamente su di essa.

Quel che comunque più colpisce ritornando a guardare le cose italiane è che in America ha vinto un uomo che ha messo fuori giuoco sia la tradizionale cultura repubblicana del laissez-faire sia la cultura democratica attenta alla complessità ed alla mediazione e che ha deliberatamente scelto una strategia di "grinta e sentimenti". Esattamente le due componenti che nessun politico italiano ama sfoggiare, ingessato magari in sottigliezze razionali e compresso dal timore di sovraesporsi troppo, ove mostrasse un po' di grinta.