RADIO VATICANA-Radiogiornale / OGGI IN PRIMO PIANO, 1 dicembre 2004
Campagna dell’Agenzia missionaria "ASIANEWS" perché in Arabia Saudita sia garantita la libertà religiosa: oggi chi non è musulmano rischia il carcere
- Intervista con padre Bernardo Cervellera e Marco Bertotto -
La comunità internazionale deve fare pressione sull’Arabia Saudita perché garantisca la libertà religiosa: oggi chi non è musulmano rischia il carcere. A lanciare questo appello-denuncia è l’agenzia missionaria AsiaNews che ha promosso una campagna perché nel Regno saudita si possa professare liberamente il proprio credo. L’agenzia ha seguito in particolare il caso di Brian Savio O’Connor, un protestante indiano, residente nel Paese saudita per motivi di lavoro, arrestato nel marzo scorso con l’accusa - fra le altre - di proselitismo religioso. Rilasciato dopo sette mesi, ha parlato dei maltrattamenti subiti durante il lungo periodo di detenzione lanciando un chiaro messaggio: "nelle prigioni saudite vi sono molti altri Brian che hanno bisogno di aiuto". Il servizio di Eugenio Bonanata:
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Per sette mesi è stato prigioniero e torturato nelle carceri di Riad in Arabia Saudita, accusato di "evangelizzazione cristiana". E’ il caso di Brian Savio O’Connor, protestante indiano, ormai libero da circa un mese, grazie anche alla campagna internazionale sostenuta dall’agenzia di stampa "AsiaNews" insieme con altri siti internet, cattolici e non, sparsi nel mondo. Questo caso sposta lo sguardo verso le condizioni di vita dei non musulmani nel Regno saudita, spesso perseguitati dalla polizia religiosa – la "Muttawa" – che vigila per eliminare ogni tipo di manifestazione diversa da quella dell’Islam. Un clima che suscita inquietudine per gli oltre otto milioni di stranieri che lavorano in Arabia Saudita. Ma qual è la situazione, in particolare per i cristiani? Sentiamo padre Bernardo Cervellera, direttore di "AsiaNews":
R. – In Arabia Saudita è permessa l’espressione pubblica soltanto dell’islam e dell’islam wahabita. Fino a pochi anni fa per un cristiano era proibito pregare anche in privato. Adesso, invece, a causa della pressione internazionale, i principi sauditi hanno dato il permesso ai cristiani di poter pregare almeno in privato e di potersi radunare in questo modo. Ma purtroppo la polizia, e molta parte della società saudita, non accetta questa liberalizzazione, per cui i cristiani vengono arrestati. Effettivamente ci sono stati moltissimi casi in questi anni di persone che sono state prese, torturate e su pressione internazionale liberate oppure, in ogni caso, espulse. Certo va detto che all’interno delle prigioni saudite non si sa bene cosa succeda. Lo stesso Brian è stato torturato per ore, appeso a testa in giù, colpito. Si dice che usavano la sua testa come un pallone da calcio. Non bisogna aver paura di denunciare questa situazione, perché l’Arabia, che tra l’altro è un Paese del petrolio, un Paese ricco, non può permettersi di trattare così gli stranieri, che sfrutta per il lavoro, non permettendogli la libertà di professare la fede. Io trovo che i governi dove sono presenti i cristiani dovrebbero ascoltare il desiderio dei cristiani di avere almeno un minimo di reciprocità tra la libertà che i musulmani dell’Arabia Saudita vengono ad avere stando in Italia o all’estero, e la libertà che i cristiani dovrebbero avere in Arabia Saudita.
Dunque, qual è lo status dei prigionieri e ci sono violazioni del diritto internazionale? Sentiamo la risposta di Marco Bertotto, presidente di Amnesty International Italia:
R. - Persone che hanno subito il carcere in Arabia Saudita ci parlano di un sistema di giustizia del tutto carente, dell’impossibilità di poter accedere ad una difesa da parte di un avvocato, dell’impossibilità di poter accedere a medici indipendenti o a rappresentanti consolari nel caso di cittadini stranieri. L’Arabia Saudita ha ratificato nel 1997 la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ma nessun passo concreto è stato fatto dal governo e noi abbiamo raccolto numerose testimonianze di vittime di torture che ci raccontano come la tortura nel Paese continua ad essere endemica, come non vi sia alcun sistema da parte del governo per la prevenzione e la repressione della tortura. Speriamo, però, che questa denuncia possa in qualche modo contribuire a creare ancora maggiore attenzione sul problema delle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita e spinga soprattutto le autorità internazionali, le Nazioni Unite e tutti i governi ad esercitare una pressione più ferma e più forte nei confronti del governo dell’Arabia Saudita.