Avvenire, 7 novembre 2004

Ma il Poverello non odiava i soldi

San Francesco fu critico con ogni forma di potere, ma non condannò la ricchezza né chi la usava: come mezzo e per gli altri

Di Franco Cardini

Quello di Francesco d'Assisi e del suo matrimonio con Madonna Povertà è un tema di straordinaria pregnanza nella mistica e nella tradizione francescana, legittimato dallo splendido trattatello De sacro commercio beati Francisci cum domina Paupertate e dall'XI canto del Paradiso dantesco e celebrato da opere pittoriche di grande significato.Tuttavia, sulla povertà come su altri grandi temi - primi fra tutti la crociata e il sapere -, il rapporto tra il Fondatore e i suoi figli dell'Ordine minoritico fu, sin dal primo Duecento, molto problematico. Alcuni storici hanno ripetutamente parlato, al riguardo, di "tralignamento" se non addirittura di "tradimento"; molti, sfruttando forse oltre il limite della prudenza esegetica fonti affascinanti ma non sempre affidabili quali la tarda raccolta dei Fioretti, hanno additato nello stesso papa Gregorio IX, in frate Elia da Cortona e perfino in Bonaventura da Bagnoregio i responsabili dell'abbandono della primitiva linea di rigore; altri hanno visto nel ritirarsi del Povero d'Assisi dalla guida della sua fraternitas divenuta Ordine e nel suo trascorrere appartato gli ultimi anni della sua esperienza terrena, al di là della sua fragile salute, il segno di un suo crescente silenzioso dissenso rispetto ai nuovi orizzonti che la potente Chiesa del tempo andava assegnando ai Frati Minori.

Su tutti questi temi la massima prudenza è necessaria. Resta comunque fermo, al di là d'ogni polemica, il fatto che la novità del magistero spirituale di Francesco non si fondava sul rifiuto tanto del danaro o dell'uso della forza, come troppo semplicisticamente si continua ad affermare, bensì sul rifiuto - e, quello sì, fermo e radicale - dell'esercizio di qualunque forma di potere.

Egli non disse mai che l'unico modo di esser cristiani consistesse nel rinunziare alla potenza politica o militare, o alla ricchezza, o alla cultura ch'è a sua volta una forma di potere; affermò soltanto, ma con energia, che quella era la sua via, il cammino ch'egli aveva scelto per se e per quanti volontariamente avessero voluto seguirlo. Che l'ordine abbia, in qualche misura, articolato e sfumato le posizioni del suo fondatore, è fuor di dubbio. Se Francesco aveva raccomandato solo di testimoniare il Cristo tra gli infedeli, i francescani furono nei 4 secoli successivi tra i più ardenti predicatori della crociata. Se Francesco aveva più volte manifestato la sua estraneità rispetto alla ricerca del sapere che inorgoglisce, i suoi seguaci invasero subito le Università europee e le segnarono profondamente della loro dottissima presenza. Fu così anche con quel denaro dal quale il Santo si teneva lontano.

Max Weber, pubblicando a Tubinga nel 1922 il suo famoso, classico saggio sul rapporto tra lo spirito protestante e il capitalismo, aveva additato in Francesco e nel francescanesimo i principali responsabili della mentalità anticapitalista dei cattolici: e la sua tesi è stata ripetuta e semplificata sino a cader nel conformistico luogo comune. Ma ben presto essa aveva suscitato reazioni e riserve: gli studi di Amintore Fanfani, ad esempio, avevano indicato nei francescani del quattrocentesco "movimento dell'Osservanza" il fermo presupposto d'una considerazione positiva del danaro e del profitto da parte cattolica.

Oggi, questa problematica è tornata alla ribalta anche a causa delle posizioni di alcuni economisti legati al movimento "neoconservatore" americano, quali il cattolico Novak che - prontamente seguito anche da noi da alcuni fautori di un nuovo "liberismo cattolico" appoggiato all'esempio statunitense - si fa alfiere di una forma esegetica dello sviluppo capitalistico quale perfettamente compatibile con le teologia della Chiesa. Voci di questo genere sono frequenti, hanno valore scientifico e intellettuale di vario livello e sembrano talora condizionate dal presente. Invece Giacomo Todeschini, ordinario di Storia medievale nell'università di Trieste, ha cominciato a studiare i rapporti tra pensiero cristiano, movimento francescano, tecniche bancarie, uso del danaro, credito a interesse e profitto in tempi del tutto insospettabili, già parecchi anni fa. E solo ora, dopo numerosi e ponderosi studi monografici e ampie ricostruzioni di sintesi, ci fornisce un volume di poco più di 200 pagine, davvero succose ed esemplari per lucidità e per informazione, su Ricchezza francescana. Dalla povertà volontaria alla società di mercato (Il Mulino). Felicemente reagendo a certe lamentose e saccenti forme di pauperismo, qualcuno ha affermato che la povertà è bella sì, ma a un solo patto: quella di esser del tutto volontaria. In effetti furono proprio i "poveri volontari" francescani (molti dei quali, a cominciare dal Fondatore, avrebbero potuto essere ricchissimi), movendo da un letterale rispetto della povertà evangelica, seppero porsi criticamente di fronte a tutte le forme del rapporto con i beni terreni e il danaro, accuratamente distinguendo tra proprietà, possesso temporaneo, uso dei beni economici. Indagando le leggi della circolazione del danaro e del mercato, i francescani assunsero così - con l'obiettivo dell'impiego della ricchezza per aiutare i poveri - ad affiancare il virtuoso uso borghese degli investimenti socialmente produttivi e giunsero a valutare positivamente i mercanti e gli imprenditori che sapevano far del capitale buon uso per sé e per gli altri condannando invece non solo l'usura, ma anche l'avarizia e la tesaurizzazione improduttiva. Con un importante, anzi fondamentale corollario, tuttavia: che la ricchezza avrebbe dovuto esser sempre un mezzo e mai un fine.