Corriere della Sera, 9 dicembre 2004
Il potere e il codice: la lezione francese
IL CASO MITTERRAND E ALTRI SCANDALI
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Che la politica non possa essere ridotta all'etica né giudicata principalmente sulla base del codice penale (a dispetto di ciò che ne pensano i moralisti di tutti i tempi e di tutti i Paesi), lo mostra a chiare lettere un episodio non proprio irrilevante di queste settimane che ha per teatro la Francia. Sì, proprio quella Francia che forse un po' troppo spesso ama impartire lezioni di correttezza e di civismo "repubblicano" all'universo mondo e a noi poveri italiani in specie. A Parigi, infatti, si è aperto il mese scorso — mi pare nel silenzio assoluto della stampa nostrana — un processo penale che di fatto è un processo nientemeno che a François Mitterrand e al modo di intendere il potere di quell'importante rappresentante della sinistra europea.
Naturalmente, essendo Mitterrand morto da tempo, a rispondere in giudizio sono in realtà un pugno di alti funzionari del suo gabinetto, dei servizi segreti e di un paio di ministeri, accusati di avere organizzato per suo ordine una vera e propria centrale illegale di spionaggio telefonico a uso privato ed esclusivo del presidente della Repubblica. Tra il 1983 e il 1986 (cioè fino alla vittoria elettorale della destra, il cui arrivo al governo rendeva il gioco troppo pericoloso), servendosi di ben venti linee di ascolto, l'Eliseo intercettò centinaia di conversazioni telefoniche (sono state ritrovate oltre cinquemila pagine di verbali di ascolto) di politici, avvocati, scrittori, giornalisti (come l'ex direttore della redazione di Le Monde: infatti il giornale si è costituito parte civile) e naturalmente di loro congiunti, mogli, amanti. Il tutto al fine ovvio di fornire al presidente francese informazioni utili a prevenire eventuali pericoli e a convincere eventuali avversari con la minaccia di rivelazioni sgradevoli carpite grazie alle intercettazioni.
A completamento del quadro, il solito corredo di episodi e di figure che si ritrova in faccende del genere: l'archivio illegale ritrovato in un garage, il generale pusillanime che obbedisce a ordini illegali senza fare domande, l'alto ufficiale che in tribunale balbetta giustificazioni pietose e si impappina, lo scaricabarile di tutti, e così via seguitando secondo un copione scontatissimo.
Ma come mai questo stesso copione che a qualsiasi politico italiano costerebbe all'istante le accuse più feroci di golpismo e di tradimento, che a Richard Nixon è costato la fama imperitura di prototipo degli imbroglioni, invece a François Mitterrand sembra in pratica non costare nulla, non macchiandone più di tanto il nome? La risposta è, per l'appunto, che in politica non valgono il codice penale né la sua massima suprema della legge uguale per tutti. In politica pesano in misura determinante i motivi, le circostanze, i contesti. Conta ad esempio che ci sia un quadro politico divisivo e lacerato — come è da sempre quello italiano o come era quello dell'America di Nixon — ovvero improntato tradizionalmente all'ossequio istituzionale e alla compattezza nazionale come quello francese. Soprattutto in politica non conta tanto che cosa si fa ma chi si è. Contano cioè le scelte passate e presenti, la tradizione che si rappresenta e il modo di farlo, conta infine la personalità. In politica insomma conta alla fine solo la politica. A differenza di Nixon (e ancor più dei nostri poveri democristiani o socialisti) Mitterrand aveva lo charme, il tratto, lo stile, la retorica del grande uomo di Stato: o almeno riusciva a fare mostra di averli. Cosa volete che importi allora — concludendo con un paradosso — se poi registrava di nascosto le telefonate altrui e le usava per mantenere il potere?