Corriere della Sera, 9 gennaio 2005

risponde SERGIO ROMANO

Il Papa e il crollo dell'Urss: una speranza delusa

Le sarei grato di una sua opinione sulle cause della fine del comunismo nei Paesi dell'est e dell'ex Unione Sovietica e sul ruolo che ebbe in tutto ciò l'attuale Pontefice.

Alfredo Merlini

Caro Merlini, cercherò di rispondere anzitutto alla seconda parte della sua domanda. Non credo che il Papa abbia dato un contributo determinante al crollo del comunismo e dell'Unione Sovietica, ma comprendo le ragioni per cui quella tesi appare a molti convincente. Giovanni Paolo II è polacco, è stato vittima di un attentato che fu attribuito ai servizi segreti di un Paese comunista e ha difeso per più di un decennio, nell'ultima fase della Guerra fredda, l'identità nazional- religiosa del suo popolo. Lo stesso Gorbaciov dette credito, indirettamente, alla tesi del Papa trionfante. La sua visita in Vaticano, nell'autunno del 1989, sembrò a molti un "viaggio a Canossa". E quando Giovanni Paolo II gli chiese di adoperarsi per la restituzione agli uniati ucraini delle chiese che Stalin aveva dato agli ortodossi dopo il Concilio di Leopoli del 1946, il leader sovietico acconsentì: una concreta dimostrazione, pensarono molti, della vittoria che la Chiesa di Roma, dopo le persecuzioni dei decenni precedenti, aveva finalmente ottenuto. Ma il crollo del comunismo fu il risultato di molti fattori concorrenti: il fallimento dell'ideologia, le promesse mancate, i progetti falliti, la guerra afghana, l'insostenibile competizione militare con gli Stati Uniti, la brusca caduta del prezzo del petrolio agli inizi del 1986, le spinte separatiste di alcune repubbliche e, infine, le faide provocate nella direzione del partito dalle generose, ma velleitarie riforme gorbacioviane. E' certamente vero tuttavia che il Papa intravide nel crollo del sistema sovietico una straordinaria occasione per la Chiesa di Roma. Si diffuse in quel momento al vertice del Papato una speranza simile a quella che aveva animato la Santa Sede dopo le due rivoluzioni russe del 1917. Benedetto XV credette che la fine dell'autocrazia imperiale avrebbe aperto al cattolicesimo le porte della Santa Russia e volle che il vescovo Ratti, allora visitatore apostolico in Polonia, si preparasse a installarsi in Russia non appena le autorità sovietiche gliene avessero dato il permesso. Le cose andarono in tutt'altro modo. Lo Stato bolscevico si rivelò subito implacabilmente ateo e Ratti, divenuto Papa con il nome di Pio XI, finì per autorizzare la creazione in Russia di una Chiesa clandestina. Un gesuita, inviato segretamente a Mosca, consacrò vescovo un assunzionista, il padre Pie Neveu, che fu sino al 1936 il testimone e l'apostolo del cristianesimo latino nel Paese dei soviet. La cerimonia segreta ebbe luogo il 21 aprile 1926 nella chiesa di San Luigi dei Francesi, a due passi dalla Lubjanka, sede della Ghepeù.

Giovanni Paolo II non ha patito le delusioni di Benedetto XV e Pio XI. Ma non ha neppure riscosso il premio delle sue speranze e dei suoi sforzi. Ha ottenuto l'apertura di quattro diocesi, ma si è affidato, per la presenza della Chiesa romana in Russia, al clero polacco, e ha suscitato così negli ortodossi antichi sentimenti di rivalità, gelosia, diffidenza. Vista da Roma, la restituzione dei beni strappati agli uniati è una riparazione dovuta. Vista da Mosca è una prova tangibile dell'imperialismo della Santa Sede.

Il governo russo, d'altro canto, si è rapidamente accorto che la Chiesa ortodossa sarebbe stata, per il nuovo sistema politico, un indispensabile alleato, e decise di non prendere iniziative che potessero infastidirla. E' questa la ragione per cui la legge russa sulle religioni concede più diritti alle religioni "indigene" (cristianesimo ortodosso, ebraismo, islam, buddismo) di quanti non ne conceda al cristianesimo latino e riformato. E' questa la ragione per cui Giovanni Paolo II dovette cancellare un viaggio a Sarajevo, è stato accolto con una certa distaccata cortesia a Bucarest e non è mai riuscito a realizzare il desiderio di una visita pastorale in Russia.