RADIO VATICANA-Radiogiornale / CHIESA E SOCIETA’, 20 gennaio 2005
Uccidere una persona che soffre non si può definire un atto di compassione: i vescovi d’Inghilterra intervengono alla Camera del Lord sul progetto di legge relativo all’eutanasia
LONDRA. = Uccidere un moribondo, anche se è questi a chiederlo, non è compassione, perché essa, al contrario, si esercita nell’accompagnamento amorevole mirato a restituire dignità. Lo hanno sottolineato il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale dell’Inghilterra e del Galles, e mons. Hugh Christopher Budd, vescovo di Plymouth, intervenendo, lo scorso 13 gennaio, davanti alla Camera dei Lord, in vista del progetto di legge "Joffe" relativo all’eutanasia. Il comitato che studia il progetto di legge sulla morte assistita per i malati terminali ha ascoltato le dichiarazioni di alcuni membri di vari gruppi religiosi, come parte di un’indagine di ampia portata.
"Tutti partiamo dalla necessità di compassione nei confronti di quanti stanno morendo": ha detto il vescovo Budd, sottolineando, tuttavia, che "uccidere qualcuno" non può essere considerato un "segno di compassione". Il presule ha, quindi, spiegato che "la compassione, come indica il termine stesso, vuol dire ‘soffrire con’, accompagnando qualcuno in un viaggio la cui durata non è sotto il nostro controllo". "La legge deve sempre cercare di proteggere i deboli – ha concluso il vescovo di Plymouth – ma il cambiamento proposto indebolisce questa protezione. Agirà, inoltre, come una forza corrosiva nella nostra società ed indebolirà gradualmente la fiducia che è fondamentale per i pazienti, i medici", il personale sanitario e i familiari. (B.C.)