Discorso del Beato Pio IX

A innumerevoli Fedeli Romani e Stranieri

27 Novembre 1871

I devoti ed affettuosi sentimenti, espressi nei diversi indirizzi che or ora avete letti, mentre arrecano al Mio cuore amareggiato il conforto più proprio ed opportuno, mi eccitano al tempo stesso alla più viva riconoscenza, alla più profonda gratitudine verso figli, quali voi siete, pieni d’amore per il Vicario di Gesù Cristo, e di sollecitudine per gli interessi della Chiesa. Anche grate mi sono le affettuose dimostrazioni dei Miei figli, sia che mi vengano dal popolo di Roma, sia che mi vengano dagli altri fedeli sparsi da per tutto sulla superficie della terra: ma in un momento, come il presente, in cui l’umana perfidia, nell’eccesso della sua cecità, spinge i nemici di Dio a un altro dei più sacrileghi attentati contro la Chiesa e questa Santa Sede, tali coraggiose e solenni dimostrazioni di fede, di amore e di devozione, mi toccano il cuore nel più profondo; ed è in questi momenti, e per effetto di queste consolazioni che le Mie deboli forze più si corroborano, e le Mie sicure speranze più si ravvalorano.

Tale è stata sempre, Figli carissimi, la vita della Chiesa di Gesù Cristo: un travaglio, una passione continua per le persecuzioni e gli attacchi degli empii: ora in questa, ora in quella parte, in un secolo più, in un altro forse meno, ma travagliata, osteggiata sempre. Così è; la Chiesa di Gesù Cristo, nata fra le persecuzioni, crebbe fra di esse; e perseguitata, combattuta sempre, fece nondimeno il giro di tutta la terra, e vi si propagò e vi si mantiene, e vi manterrà fino al termine dei secoli, combattendo sempre, ma sempre vincendo, traendo forza anche nuova da nuovi assalti, e dalle più fiere lotte sempre nuovi e più gloriosi trionfi.

Né può essere altrimenti: perciò che Gesù Cristo medesimo ha posto alla sua Chiesa un fondamento, che non le verrà mai meno, Egli l’ha stabilita su quella ferma pietra, che mai non crolla, e poiché l’ha decretato, si vuole, e opera che le porte d’Inferno non prevalgano giammai.

Contuttociò l’Inferno e il mondo, insieme congiurati, sperarono di abbattere la Chiesa appena nata, e rivolsero e persecuzioni contro lo stesso Divino Fondatore. La malvagità degli uomini, aizzata dai demoni, sollevò sul Golgota Gesù Cristo confitto sulla Croce: ma in quella Croce appunto il Divino Salvatore stabiliva la sua Chiesa, compiendo la salute del mondo. Non fu quella una sconfitta, ma fu la prima vittoria. Quivi stesso il trionfo della grazia incominciava l'opera sua; e mentre Gesù Cristo pendeva dalla Croce, il Soldato romano che stava appiè di quel legno creduto infame, riconosceva e confessava la sua divinità; e le stesse turbe, si dei maligni, e si dei curiosi, accorse al grande spettacolo, scendevano dal monte percudientes pectora sua, e confessando anch’essi, che il Crocifisso era veramente figliolo di Dio!

Fin da quello stesso primo momento, le contraddizioni, le lotte non hanno dato mai più tregua alla Chiesa; ma ogni lotta ha segnato un trionfo. Nei primi tre secoli che successero alla morte del Redentore, la Chiesa ebbe a fronte la barbarie degli Imperatori pagani. Oppressa da atroci persecuzioni, tiranneggiata in ogni guisa da quei Despoti gelosi e feroci, ella trionfava nella costanza dei suoi Confessori, e nel sangue di tanti milioni di Martiri; poiché quel sangue, che scorse da per tutto a inondare la terra, e che innaffiò principalmente il suolo di Roma, in cambio di estenuare la Chiesa, la rafforzò, e invece di distruggere i suoi seguaci, li moltiplicò; onde fin d’allora fu chiamato semen Christianorum; novello germoglio di Cristiani. E di fatto che avvenne? Avvenne che i Tiranni finalmente scomparvero, i carnefici stessi furono stanchi di più uccidere innocenti di ogni età, ma invincibili tutti; e la Chiesa, la Chiesa sola, conseguì il trionfo, e col trionfo la pace.

Alla barbarie dei primi Tiranni, seguirono le lunghe pertinaci lotte delle Eresie, sostenute ancora, che è peggio, dalla pervicacia di Imperatori degeneri, i quali pretesero di imporle alla Chiesa. Ma la Chiesa parimenti trionfava nei suoi Dottori, i quali, fatti esempio di scienza e di santità, col loro zelo inestinguibile, con la loro costanza inespugnabile, sparsero dovunque la luce della sana dottrina e della vera civiltà. Le armi dell’eresia furono abbattute e spuntate per sempre; cosicché nulla o poco più valgano a nuocere.

Oggi però non è più l’Eresia, non è più il Martirio di sangue che si fa incontro alla Chiesa per combatterla, ma è, dirò così, il martirio intellettuale e morale. Oggi non si fa più guerra a una parte della Chiesa, a un lato della sua fede, a qualcheduno dei suoi dommi. Oggi si fa guerra alla Chiesa tutta. Oggi sta contro la Chiesa l’incredulità, l’ateismo, il materialismo. Oggi non è più da lottare (giova ripeterlo) con eresie che non esistono, o che non hanno importanza alcuna; ma con l’indifferenza, con l’empietà, che mira a schiantare dal cuore di ogni Cattolico la fede; mira a rovinare dalle fondamenta la Chiesa di Gesù Cristo, e questa Città, fatta preziosa dal sangue di tanti Martiri, a gettare di nuovo nel lezzo dell’antica corruzione, riducendola come sotto i Neroni, o più veramente come sotto i Giuliani Apostati. Sicché Roma, sede venerata della verità, diventerebbe insomma, un’altra volta, centro di tutti gli errori.

Ma non vi riusciranno, poiché Dio difende la sua Chiesa. Non vi riusciranno, poiché la Chiesa di Gesù Cristo, piantata sulla pietra, non crollerà giammai per infuriare di tempesta. Per lei sta mallevadrice la parola di quel Dio che disse: Portae inferi non praevalebunt. Ed è verissimo ciò che questa buona giovinetta diceva poco fa, che la Chiesa è sempre combattuta, appunto perché non è stata mai vinta. No, non vi riusciranno! e per contrario si vedrà, che anche da questa lotta la Chiesa uscirà vittoriosa. E ne sono per Me nuovo pegno gli infiniti attestati di fedeltà che ogni giorno ricevo da tutte le parti del mondo cattolico in questi tremendi giorni di prova: gli attestati specialmente di questa cara gioventù, pronta a sacrificare tutto, fino il sangue!

Ma nella lotta presente, per meglio riuscire vittoriosi egli è bisogno stringerci sempre più in questa santa unità, in questa religiosa concordia, che già vincola tutti i buoni nel mondo. Che i Romani si uniscano ancora più nella unione di pensieri, di affetti e di opere, non solo tra loro stessi, ma con tutti i più fervorosi Cattolici d’Italia, di Francia, d’Inghilterra, di Germania e di tutti gli altri paesi della terra, per combattere con tutte le forze unite queste battaglie del Signore, le quali non si vincono, fuorché con l’unione e la perseveranza. Con l’unione e la perseveranza opponendoci allo irrompere delle dissennate tiranniche massime della Rivoluzione, noi conserveremo viva la fiaccola della fede, ed affretteremo il futuro immancabile trionfo.

Si, unitevi sempre più, Figli Miei; né vi trattengano per poco bugiarde voci di una impossibile conciliazione.

Di conciliazione è inutile parlare: imperocchè la Chiesa non si potrà mai conciliare con l’errore, e il Papa non si può separare dalla Chiesa. Né vale esporre al pubblico abominevoli immagini che vi a alludono, scopo delle quali è pur quello di disonorare il Papa; ma che in verità non fanno ingiuria ad altri, fuorché a colui per cui piacere sono fatte. No; nessuna conciliazione è mai possibile fra Cristo e Belial, fra la luce e le tenebre, fra la verità e la menzogna, fra la giustizia e l’usurpazione!

(Sua Santità proferì queste ultime parole con altissimo suono di voce e vibrate movenze di gesto. Alzò quindi le mani, e mirando in alto tutto commosso pregò come segue.)

O Mio Dio! sorreggete voi le forze del vostro Vicario in questa dura lotta, corroborate voi col vostro onnipotente aiuto la Mia costanza, affinché possa Io sempre resistere, fosse pure col sacrificio della vita, e mai cedere d’un passo alle mire degli empii, come spero che per vostra misericordia mi concederete.

Voi intanto, Figlioli cari, conservatevi (di bel nuovo vel ripeto) uniti sempre nella stessa fede, nella stessa carità, nella stessa speranza, nello stesso zelo, e non temete che anche da questa prova la Chiesa uscirà vittoriosa. Vi ringrazio del conforto che avete procurato di darmi in questi momenti di grande afflizione, e prego Iddio che vi benedica. Benedica tutti voi qui presenti e le vostre famiglie, benedica il popolo di Roma e i fedeli tutti sparsi in tutte le parti del mondo, come Io con tutto il cuore vi benedico.

Benedictio etc.

[(…) Dove Sua Santità parla di abominevoli immagini, accenna principalmente a un quadro tenuto di quei giorni, e per molti appresso, esposto in una bottega al Corso, dov’era effigiato il Re Savoiardo recantesi a braccio il Sommo Pontefice]

(cfr. "DISCORSI DEL SOMMO PONTEFICE PIO IX pronunziati in Vaticano, dal principio della sua prigionia fino al presente", per la prima volta raccolti e pubblicati dal P. Don Pasquale de Franciscis, Roma, Tipografia di G. Aurelj, 1872 , pag. 264-285)