Avvenire, 1 febbraio 2005
IRAQ AL BIVIO
I cristiani in festa: da qui riparte la nostra speranza
Di Luca Geronico
"Tutti, cristiani e musulmani, sono andati a votare come un solo popolo". La soddisfazione del patriarca caldeo di Baghdad, Emmanuel Delli, è quella dell'intera minoranza cristiana: il giorno più lungo per la democrazia è passato senza che nessuno prendesse di mira le chiese.
"Quelli che vogliono il bene del nostro Paese sono andati a votare", prosegue l'anziano patriarca. Una apertura di credito al processo democratico che domenica, sia pure fra alcune incertezze e parzialità, ha mosso un primo passo. Le prime dichiarazioni nell'episcopato iracheno sono un coro di gioia e il messaggio sottinteso, per quanto ancora implicito, è chiaro: avanti adesso per scrivere una Costituzione che difenda i diritti umani e consenta una qualche forma di libertà religiosa.
A Bassora, nel sud sciita, "la gente era felice di recarsi ai seggi, c'era un clima di festa", riferisce all'agenzia Asia News l'arcivescovo caldeo Djibrail Kassab. Ha prevalso, lì come altrove, il fascino della prima volta, nonostante le minacce di al-Qaeda: "Quasi come fosse un carnevale intere famiglie hanno portato con sé i bambini. La gente sembrava soddisfatta e mostrava di non avere paura di eventuali episodi di violenza". "Le elezioni sono tutto: da qui riparte la nostra speranza", conclude l'arcivescovo. È la gioia del primo esperimento che sembra aver contagiato anche il Nord. A Mosul, la culla della cristianità irachena, ci sono stati problemi organizzativi e alcune persone rimaste in coda per ore, hanno poi inscenato una dimostrazione di protesta. Un desiderio di libertà e di espressione che ha contagiato la locale comunità cristiana, nonostante il rapimento due settimane fa dell'arcivescovo di rito siriaco Georges Casmoussa. "Sebbene il clima di incertezza continui ad esserci - ha dichiarato una religiosa all'agenzia vaticana Fides - sentiamo che la speranza è cresciuta: una nuova speranza di pace". Ma forse il maggior entusiasmo si registra nel Kurdistan: "La totalità della gente che aveva diritto è andata ai seggi. Anche i più vecchi dei villaggi sono venuti trasportati con le auto di servizio", ha dichiarato il vescovo di Amadiya Rabban al-Qas. Nonostante la neve le strade sono state pulite e lo stesso vescovo confida di aver messo a disposizione il suo pulmino personale.
Festa per la piccola comunità cristiana, circa 700mila persone fortemente tentate di emigrare se la politica non darà garanzie sul loro futuro. Una Costituzione rispettosa dei diritti umani aveva chiesto la Conferenza episcopale irachena nell'aprile 2003, appena giunti gli americani a Baghdad. E questo - senza averlo più esplicitato - sembra essere rimasto l'obiettivo della piccola ma antichissima comunità che conta 12 differenti denominazioni. Un modello statuale da costruire, facendo tacere le componenti estremiste che potrebbero trovare alleati molto interessati oltre la frontiera iraniana e giordana. "È possibile avere opinioni diverse, ma alcuni lo hanno fatto in modo feroce, altri in modo politico", ha dichiarato sempre il patriarca Delli. Un "far ripartire" il Paese dalla politica e con la politica andare oltre quella libertà di culto che sotto Saddam Hussein consentiva sì di celebrare liberamente liturgie e sacramenti, ma non permetteva nessuna forma di pubblica evangelizzazione. Il nodo, cruciale per tutta la presenza arabo cristiana nella regione, certamente si scontrerà con le tentazioni integraliste della maggioranza sciita. Ma la speranza, almeno per ora, è che nella terra dell'antica Mesopotamia prevalga la civiltà.