Corriere della Sera, 25 febbraio 2005
Le conseguenze dell'operazione
"Era necessario, ma potrebbe non essere risolutivo"
Parla il chirurgo Giorgio Iannnetti: in certi casi la tracheotomia è solo un palliativo che non risolve il quadro patologico
ROMA - "È un intervento molto semplice, ma in un paziente dalle condizioni generali così gravi, come sembra essere il Papa, qualsiasi tipo di manovra diventa rischioso, soprattutto per le conseguenze". È una valutazione tecnica, ma carica di apprensione, quella di Giorgio Iannetti, chirurgo maxillo-facciale all’università "La Sapienza" di Roma. Nel commentare l’intervento a cui è stato sottoposto Giovanni Paolo II e la decisione presa dai suoi colleghi del Policlinico Gemelli, il noto specialista non nasconde i suoi timori: "Certo, il fatto di aver deciso di procedere con la tracheotomia non è un buon segno".
Di cosa si tratta?
"La tracheotomia consiste nel praticare un’apertura nella trachea all’altezza del secondo o terzo anello, in modo da metterla in comunicazione con l’esterno attraverso una cannula in plastica, di diametro fino a un centimetro, che viene inserita nel piccolo foro. Il paziente, anziché con la bocca, respirerà attraverso la cannula, che a volte, come credo sia successo in questo caso, viene collegata a un ventilatore automatico capace di miscelare l’aria e di fornire ossigeno, sostituendo inspirazione ed espirazione".
Serve l’anestesia?
"Sì, ma è un’anestesia locale, il rischio non viene da lì. La tracheotomia viene fatta da diversi specialisti, dall’otorinolaringoiatra, dai chirurghi maxillo-facciali o dagli anestesisti".
Perché questa scelta per il Papa?
"C’è da pensare che la salute del Santo Padre si sia molto aggravata. Il Parkinson ha indebolito la muscolatura e quindi anche i muscoli respiratori. Il paziente ha perso la forza per inspirare ed espirare e questo ha facilitato l’accumulo di catarro nella trachea. Con la tracheotomia viene ridotto quello che noi chiamiamo lo "spazio morto" della respirazione. L’aria non passa per la bocca, ma arriva direttamente nei polmoni attraverso la cannula".
È un intervento risolutivo?
"In certi casi è solo un palliativo che non risolve il quadro patologico generale. Il Papa è però assistito al meglio, da ottimi specialisti".
Con la cannula in gola è possibile parlare?
"Non si può parlare, oppure si parla, ma molto male e serve forza e, col Parkinson, questa capacità viene a mancare. Una volta tolta la cannula, la parola viene completamente recuperata. La piccola apertura in genere si richiude dopo due o quattro giorni, naturalmente o con un paio di punti chirurgici, senza conseguenze, se non ci sono state complicazioni".
Che ruolo può aver avuto l’influenza in una situazione del genere?
"Quello di determinare un aggravamento in un quadro clinico già di per sé molto delicato. Ma non è l’influenza a portarti verso la tracheotomia".
La scelta di fare la tracheotomia è arrivata dopo diverse ore dal ricovero al Gemelli. Cosa significa questo prendere tempo?
"Immagino che la stessa ipotesi sia stata formulata dai medici del Gemelli due settimane fa durante il precedente ricovero. Stavolta evidentemente non se ne poteva fare a meno".
Margherita De Bac