Avvenire, 25 febbraio 2005
Denuncia choc di una rifugiata nordcoreana
"Nelle prigioni infanticidi e aborti forzati"
SEUL. Infanticidio e aborto forzato sono pratiche comuni nei campi di detenzione della Corea del Nord. L'agghiacciante rivelazione - riportata da "Asia News" - è arrivata da Park Sun-ja, una rifugiata nordcoreana di 28 anni, che ha testimoniato ad una conferenza internazionale sulle violazioni dei diritti umani in Corea del Nord. "Ho ascoltato i pianti di madri e figli attraverso le tende di un ospedale. Attraverso una parziale apertura della tendina, un giorno ho visto con i miei occhi un'infermiera coprire la faccia di un neonato con un asciugamano bagnato e soffocarlo. Il bambino ha smesso di piangere dopo circa 10 minuti". La testimonianza è continuata: "Tutti i prigionieri sanno che i bambini vengono uccisi immediatamente dopo il parto. Vengono avvolti in un pezzo di stoffa e bruciati in una collina vicino al campo". La rifugiata ha spiegato che è usuale nei campi iniettare medicinali che inducano il parto prematuro. "Io non posso immaginare come quella donna si è sentita. Avevo sentito di fatti come questi, ma dopo averli visti con i miei occhi, non mi sono più sentita di vivere in una società civile". Park Sun-ja è uno pseudonimo. Il nome vero è tenuto nascosto per garantire la sua sicurezza. La donna è stata catturata in Cina, dove aveva tentato la fuga nel 2000. Dopo la cattura è stata condannata a 2 mesi di reclusione nel campo di detenzione della provincia di Shinuiju ma nel 2002è riuscita a scappare in Corea del Sud.