Avvenire, 11 marzo 2005
IL GIGANTE ASIATICO
La società orizzontale di un tempo è diventata una piramide. Al vertice i capi del partito e tre milioni di super-ricchi, alla base 900 milioni di contadini che vivono con un reddito di 290 euro all’anno
Le piaghe sociali del "boom" cinese
Di Bernardo Cervellera
All’Assemblea Nazionale del Popolo, in corso a Pechino, il primo ministro Wen Jiabao ha promesso che quest’anno la Cina costruirà una società "armoniosa", sostenendo "una civiltà materiale, politica e spirituale". Guardando la Cina di oggi, però, la si può definire davvero poco "armoniosa". Anzi, è il Paese delle più stridenti contraddizioni. I quasi 30 anni di riforme economiche l’hanno fatta passare da un’economia stalinista ed egualitaria a una inserita nel commercio internazionale. La società orizzontale di un tempo è divenuta una vera e propria piramide: al vertice i capi del partito e i loro figli, insieme a circa 3 milioni di persone ricchissime, che posseggono oltre 1milione di yuan a testa (100 mila euro); 1000 di loro posseggono oltre 100 milioni di yuan (10 milioni di euro), ma la stragrande maggioranza, i 900 milioni di contadini, vivono con un reddito di 2900 yuan (290 euro) all’anno. Secondo molti analisti la presente situazione dei contadini è peggiore di quella ai tempi di Chiang Kai-shek, quando i contadini si ribellarono ai proprietari terrieri e ai mandarini per sostenere la rivoluzione maoista. La loro situazione è perfino peggiore di quella ai tempi di Mao.
Il vangelo comunista ha sempre predicato che vanno esauditi i 3 diritti fondamentali dell’uomo: mangiare, vestire, abitare. Ma con meno di 30 euro al mese, un contadino non può fare le tre cose insieme. E tutto questo succede mentre le proprietà immobiliari a Shanghai e a Pechino salgono alle stelle e le gru dei cantieri di costruzione riempiono il paesaggio delle città. Del resto, uno dei motori dell’economia è la manodopera a basso prezzo. Grazie a oltre 70 milioni di migranti che dalle campagne vanno a lavorare in città, cantieri, fabbriche, tessiture, sono pieni di operai con infimi salari. La Cina è divenuta la nazione che assorbe i maggiori investimenti dall’estero (più di 60 miliardi di dollari nel 2004), ma nei cantieri i manovali non sono pagati per anni; nelle fabbriche si lavora con orari massacranti, nelle miniere si muore per mancanza di sicurezza.
I poveri contadini sono divenuti la fonte di guadagno anche per i capi villaggio e i segretari del partito. Almeno 93 tipi di tasse vengono applicate nei villaggi: sui parti delle scrofe, sul verde dei campi, sull’inquinamento prodotto dai camini delle case, sulle fonti di acqua e perfino una "tassa sull’atteggiamento" (!): se tu sei critico e resisti, il capo-villaggio ti può tassare e se non paghi ti pignorano i mobili, la casa, il terreno.
Il fronte dell’educazione non è più armonioso: almeno l’80% dei figli di contadini lascia la scuola dell’obbligo perché deve guadagnarsi da vivere o perché il padre non può pagare le tasse scolastiche, i libri, i quaderni. Non pochi padri, per la vergogna, si suicidano. Perfino l’università statale è divenuto un lusso per pochi, con rette intorno agli 8 mila yuan. Vi sono genitori che vendono (letteralmente) il loro sangue o i loro organi per permettere ai figli l’università. Intanto, i figli dei ricchi emigrano nei grandi centri americani e inglesi per apprendere le regole del business.
Una situazione come questa produce malcontento e proteste. Negli ultimi mesi sono scoppiati scontri nell’Henan, nel Sichuan, nello Shaanxi, nella Mongolia Interna, nel Ningxia, nel Guangdong. Contadini, operai, minoranze etniche, subendo una sistematica violazione dei loro diritti, attuano violenti proteste, soffocate con la forza dalla polizia.
Il governo ne è cosciente. All’Assemblea nazionale del Popolo Wen Jiabao ha detto che la società soffre di "eclatanti" squilibri sociali. Il governo si appresta a varare una legge per togliere tutte le tasse ai contadini; per migliorare la sanità, aumentare i contributi per le scuole rurali. Ma non fidandosi dei risultati e della corruzione all’interno del partito (che fa scomparire ogni anno fondi per oltre il 14% del prodotto interno lordo), ha deciso di aumentare – come ormai da 10 anni – le spese dell’esercito (più del 12 %), fino a circa 30 miliardi di yuan. Ormai la sfida al partito comunista viene non più da intellettuali e dissidenti, ma dalle stesse masse "liberate". Rafforzare la polizia e l’esercito sono l’unico modo di garantire "l’armonia".