Avvenire, 15 marzo 2005

TENSIONE IN ASIA

Hu Jintao nominato anche capo della commissione militare statale: l’Assemblea del popolo approva un aumento delle spese per l’esercito del 12,6 per cento

Scontro Cina-Taiwan sulla "secessione": sì all’uso della forza

Il Parlamento di Pechino ha approvato la discussa legge contro le scissioni. Taipei: avallo alla dichiarazione di guerra. Washington boccia il provvedimento: "Inopportuno"

Da Pechino (R.E.)

Pechino torna a tuonare contro Taiwan. Il Parlamento cinese ha approvato una legge anti-secessione che autorizza l'esercito a muovere guerra a Taiwan se l'isola si dichiarerà formalmente indipendente. La legge è stata entusiasticamente votata da tutti i tremila deputati dell'Assemblea nazionale del popolo, che ha le funzioni di un Parlamento, con nessun voto contrario e due astensioni.

Il primo ministro Wen Jiabao ha dichiarato che lo scopo della legge è quello di "mostrare l'incrollabile volontà" della Cina di "non permettere mai" la secessione. Wen ha aggiunto che la guerra rimane "l'ultima risorsa" e che la Cina persegue la riunificazione pacifica con l'isola. Taiwan è separata di fatto dalla madrepatria dal 1949, ma Pechino continua a considerarla una "provincia ribelle".

Immediata la reazione americana. La Casa Bianca ha espresso rammarico per l'approvazione della legge anti-secessione dichiarandola "inopportuna". "Non aiuta la causa della pace e della stabilità nello stretto di Taiwan". ha detto il portavoce del presidente George W. Bush, Scott McClellan. Anche l'Unione europea ha chiesto a "tutte le parti di evitare qualsiasi azione unilaterale che ravvivi le tensioni". Riferendosi alle "preoccupazioni" di Usa e Giappone per la nuova legge, il primo ministro cinese ha detto che Pechino "non ha paura" delle "interferenze straniere" nella questione di Taiwan. Le centinaia di giornalisti cinesi presenti, abbandonando per un momento qualsiasi pretesa di neutralità, hanno lungamente applaudito la dichiarazione.

L'approvazione della legge è avvenuta all'indomani della nomina di Hu Jintao, già presidente della Repubblica, segretario del Partito comunista e leader della commissione militare del Partito, a capo della commissione militare statale. Per la prima volta da quando è salito al potere, oltre due anni fa, Hu è apparso in divisa militare, ed ha invitato l'esercito a prepararsi a "far fronte alle crisi, difendere la pace, prevenire le guerre e vincer le, nel caso che si verifichino".

Il Parlamento ha anche approvato un aumento delle spese militari del 12,6 per cento. La spesa militare della Cina tocca così i venti miliardi di dollari, rimanendo inferiore a quelle delle potenze occidentali; gli esperti ritengono però che la Cina dichiari solo una frazione delle spese effettive. Il governo di Taiwan ha risposto immediatamente ai segnali, difficilmente equivocabili inviati da Pechino. A Taipei, un portavoce del governo ha ricordato che la legge "autorizza la guerra" e ha aggiunto che la Cina dovrà "pagare il prezzo" della "responsabilità" che si è assunta.

Il presidente Chen Shui-bian, che è favorevole all'indipendenza, ha detto che porterà in piazza "almeno un milione di persone" per protestare contro l'aggressività di Pechino. Chen ha riunito il governo di Taipei che potrebbe decidere ulteriori iniziative di protesta.

L' articolo 8 della legge "anti secessione" definisce in termini piuttosto vaghi i casi nei quali si deve ricorrere ai cosidetti "mezzi non pacifici", e l'interpretazione operativa viene lasciata "al consiglio di Stato e all'esercito". L' articolo afferma infatti che l'"uso di mezzi non pacifici" sarà obbligatorio se "le forze secessioniste agiranno in qualsiasi modo e sotto qualsiasi nome per provocare la secessione di fatto... o se si verificheranno incidenti che implichino la secessione" e infine "se le possibilità di una riunificazione pacifica siano completamente esaurite".

L'approvazione della legge viene in un momento nel quale la situazione regionale è tesa per l'irrisolto problema dell'armamento nucleare della Corea del Nord ma nel quale le relazioni tra la Cina e Taiwan stavano migliorando.

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RADIO VATICANA-Radiogiornale / OGGI IN PRIMO PIANO, 15 marzo 2005

La preoccupazione internazionale per Taiwan dopo l’approvazione a Pechino della Legge anti-secessione

- Intervista con padre Bernardo Cervellera -

Numerose le reazioni nella comunità internazionale alla legge anti-secessione approvata dal parlamento cinese, che consente l’intervento militare di Pechino contro Taiwan, se quest’utlima dovesse dichiarare formalmente l’indipendenza dalla Cina. Nell’isola, considerata da Pechino una provincia ribelle, c’è grande preoccupazione, così come negli Stati Uniti e in Giappone. Nel corso di una conferenza stampa, il premier cinese, Wen Jiabao, ha affermato che l’uso della forza rimane l’ultima risorsa e ha ammonito Washington e Tokyo ad evitare ogni interferenza nei propri affari. Ma sono realmente concreti i timori di Taiwan per un possibile attacco militare della Cina? Giancarlo La Vella lo ha chiesto al direttore dell’Agenzia missionaria AsiaNews, padre Bernardo Cervellera:

R. – In qualche modo sì, perché da una parte Wen Jiabao, il primo ministro,dice: in fondo noi vogliamo soltanto l’unità con Taiwan e vogliamo quindi ricostruire questo tessuto strappato della nostra Patria. Dall’altra parte, però, Hu Jintao, il presidente, è stato molto forte e ha detto all’esercito di tenersi pronto per un eventuale attacco. Certo è che questa legge, che afferma l’unità della Cina, è fatta sia verso Taiwan, ma anche – penso – verso le minoranze interne che scalpitano per avere molta più autonomia.

D. – Potrebbe essere il primo passo verso l’uso del pugno duro proprio verso queste minoranze?

R. – Il pugno duro viene sempre usato dalla Cina sia verso i musulmani dello Xinjiang sia verso i tibetani. Quindi è possibile che questa legge serva un po’ per rafforzare anche dal punto di vista internazionale l’immagine della Cina per dire: questa è la nostra terra, quindi voi non vi dovete interessare per nulla a questa situazione.

D. – I timori di Taiwan sono condivisi da gran parte della comunità internazionale. Questa legge potrebbe causare un raffreddamento dei rapporti con la Cina, colosso economico emergente?

R. – Io penso che verso la Cina tutti hanno grande desiderio di coltivare rapporti economici.

D. – La questione di Taiwan per Pechino è un reale problema oppure solo una questione di prestigio?

R. – Penso che la questione di Taiwan l’abbiano tirata fuori perché vogliono sottolineare moltissimo gli ideali nazionalistici. Bisogna tener presente che la Cina è ormai un deserto di valori, un deserto di ideali. Il comunismo ormai è fallito, il capitalismo presenta tutte le sue pecche attraverso la povertà, la miseria, le malattie dei contadini e la disoccupazione e così via. Siccome non danno nemmeno libertà di religione, l’unica possibilità che hanno per tenere insieme questo Paese multiforme è parlare di una nazione unita e quindi un altro ideale che cerca di cementare un po’ la popolazione cinese.

D. – Cosa potrebbe essere utile per un futuro di pace tra Cina e Taiwan?

R. – Senz’altro dare la libertà di religione in Cina. La Chiesa in Cina e la Chiesa in Taiwan sono collegate da decenni di collaborazione ed amicizia. Dare la libertà, per esempio, ai vescovi cinesi che sono imprigionati, dare la libertà ai sacerdoti di muoversi e di creare più rapporti tra la Chiesa in Taiwan e la Chiesa in Cina potrebbe benissimo preparare un terreno di riconciliazione molto più forte delle idee patriottiche.