Corriere della Sera, 7 aprile 2005

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La solidità della Chiesa, il carisma di un Papa

LA METAFORA DI SAN PIETRO

di GIUSEPPE DE RITA

Ero in Piazza San Pietro sabato scorso, quando il Papa è spirato. Ero affascinato dal pienone di gente, dalla coralità della recita del rosario, dall'inatteso utilizzo del latino nella recita del Regina Coeli, dalla tensione quasi spasmodica degli sguardi verso le finestre papali. Ma ero affascinato soprattutto, prima e dopo l'annuncio del compimento della vita del pontefice, dalla valenza significante della facciata della basilica e del colonnato berniniano.

A lungo non ho guardato in alto ma di fronte e a lato: la nervatura compatta e policentrica della facciata e la generosa accoglienza del colonnato assumevano una dimensione magica, impietrita e metafisica insieme. La mia fede personale e quella collettiva della piazza trovavano pace e speranza in quel misto di solidità storica e di consistenza istituzionale, di potenza terrena e di mistero ultraterreno, di continuità quotidiana del tempo e di lampi una tantum del genio architettonico, di autoreferenzialità ontologica e di accoglienza per tutti, anche i più diversi. E, forse in controtendenza a chi mi stava vicino, ho pensato "la forza della Chiesa sta in questo, non nella pur grande figura di un eccezionale pontefice".

Per carità, so bene che in questa affermazione, orgogliosa e securizzante insieme, giuoca la mia appartenenza "cattolica e romana"; e so bene che Papa Wojtyla è andato in lontanissime parti del mondo, facendo chiesa itinerante anche fuori dalle basiliche; ma la forza congiunta dell'architettura e delle istituzioni mi è sembrata assolutamente dominante sulla saga personalizzata e ottimamente riuscita di un grande pontefice. Avvertire ciò nel momento di più alta emozione per la persona (e per i riti che ne accompagnano solennemente la morte e la sepoltura) dà un po' di brividi, perché fa sentire che egli resta comunque silenziosamente vitale nel mormorio sommesso del rosario collettivo e nella potenza delle pietre e del loro disegno.

Un papa eccezionalmente carismatico, e quindi oggettivamente destinato a personalizzare la propria funzione, può morire serenamente, convinto che la sua morte esaurisce solo un importante episodio della vita di una Chiesa che continua sempre e comunque a vivere nella potenza istituzionale ben descritta dalle architetture solide ed accoglienti della piazza che incarna il centro della cristianità.

Fede e ragione, colloquio personale con Dio e governo della Chiesa, in questi binomi fondamentali sta la saldezza anche felice del passaggio terreno di Wojtyla; ad essi la personalizzazione, la mediatizzazione, lo stesso successo universale d'immagine, hanno portato qualcosa, ma non di decisiva importanza. Anzi si potrebbe dire che la stessa sua cavalcata di personalizzazione mediatica non sarebbe stata pensabile senza la sicurezza che comunque dietro c'erano una massiccia facciata ed un accogliente colonnato, c'era l'istituzione, casa delle cose che restano. Sarebbe stata, se vissuta altrimenti, una cavalcata smemorante di un principe dimezzato. Il che non è stato nei fatti, non è nei pensieri dei fedeli e di chi lo ha ammirato ed amato.

I tanti che in Italia si son baloccati per anni con la personalizzazione della politica sacrificandone il lato istituzionale (ed il rispetto che a esso si deve) dovrebbero meditare la lezione di sabato scorso, più che quella del lunedì elettorale. Anche se non erano in piazza, ma sono andati ai riti dei giorni seguenti, prendano nota che, per quanto grandi, gli uomini valgono solo un mattone, se va bene, delle istituzioni in cui si trovano ad operare.