Il Giornale, 11 aprile 2005
CUBA E IL VATICANO
In nome del Papa
Castro liberi i prigionieri politici
FEDERICO GUIGLIA
Fidel Castro ha un modo per dimostrare sul serio la sua tardiva "devozione", per Giovanni Paolo II: liberare i detenuti politici, tra i quali non mancano, fra l'altro, i cattolici.
I tre giorni di lutto da lui proclamati per la morte del Papa hanno fatto dimenticare che la televisione del suo regime era stata fra le ultime a dare al censurato pubblico dell'isola la notizia che Giovanni Paolo II si stava spegnendo. Con ritardo di ore rispetto all'inizio dell'agonia, e di giorni e giorni sull'aggravarsi della malattia di Karol Wojtyla, i cubani avevano alfine appreso che quell'uomo da loro osannato nel gennaio 1998 si stava consumando. Ma in quelle tristi ore neanche la Cina anti-cattolica, neppure la Russia ortodossa avevano confuso tra ideologia e informazione. Al contrario, proprio da quei luoghi "proibiti" alle visite desiderate da Giovanni Paolo II erano subito arrivati attestati di dolorosa stima e, chissà, di inespresso pentimento: in fondo nel pianeta senza più confini diventa sempre più difficile dire di no piuttosto che di sì. E il Papa di sì aveva detto a quella missione impossibile ma per uno come lui inevitabile a Cuba: aprire le porte a Cristo nell'isola dove 1'insegnamento scolastico e la pratica politica hanno sradicato da quasi mezzo secolo ogni memoria religiosa. Una tabula rasa del cristianesimo in nome del castrismo, ma che non era comunque riuscita ad evitare, esattamente come accadde nell'Est europeo dominato e liberato, che i credenti festeggiassero la fede ritrovata. Ritrovata almeno in quei pochi e miracolosi giorni di visita papale all'Avana.
La scossa del 1998 è stata, va da sé, benefica ma del tutto insufficiente. Nonostante le ipotizzate "aperture" della dittatura dopo il viaggio di Wojtyla, il cardinale Jaime Ortega, arcivescovo dell'Avana, è apparso nei giorni scorsi per appena sei minuti in tv per annunciare le condizioni gravissime del Papa; e sugli schermi era la seconda volta che lo facevano apparire, e con inescusabile ritardo, negli ultimi sette anni! Come se la Chiesa non esistesse.
Ma fra i 71 prigionieri di coscienza che Amnesty International continua inutilmente a rinfacciare ai governi d'Europa e della Terra, ci sono anche cattolici come Oscar Elías Biscet González, che paga col carcere non soltanto il suo anti-comunismo rivendicato ma pure i pubblici proclami contro l'aborto e contro la pena di morte. L'hanno condannato a venticinque anni di galera dopo avergliene già inflitti e fatti scontare altri tre, e sempre per l'unico reato che in nessuna democratica parte della Terra sarebbe reato: dissentire.
Per questo la riscoperta del Papa da parte di Castro è tanto sospetta. Neanche nell'ora della verità, quando il Pontefice stava morendo, quell'ideologia ha cessato d'essere ideologia, anteponendo il dovere di una rapida e completa informazione almeno come atto di rispetto verso quell'Ospite del '98, al quale Castro, del resto, nulla aveva concesso; ricordandogli, anzi, non le ragioni bensì i torti della storica scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo.
Ma Fidel ha un modo per dimostrare al mondo che è sincero con l’ "amico Papa" tardivamente omaggiato: liberi tutti i detenuti politici in memoria di Karol Wojtyla. Altrimenti il postumo riconoscimento del regime verso il Papa che non c'è più, sarà solo la prova, ennesima, dell'impudente ipocrisia "rivoluzionaria".
f.guiglia@tiscali.it