Corriere della Sera, 12 aprile 2005
GLI OPINIONISTI
Papa, applausi e critiche dal mondo arabo
Giudizi diversi su Wojtyla: "Uomo di pace". "No, troppo politicizzato"
di MAGDI ALLAM
Tre commenti su Asharq Al Awsat, il quotidiano arabo più prestigioso e diffuso nel mondo, che rappresentano tre modi diversi di considerare la figura di Giovanni Paolo II e, che al tempo stesso, esprimono tre anime distinte che coesistono in seno al mondo arabo.
Nel primo, Al Sadeq Al Mahdi, leader del partito integralista sudanese Al Umma, ossia la Nazione dell'islam, afferma che l'accentuata politicizzazione del pontificato di Giovanni Paolo II ha messo in discussione l'identità laica dell'Occidente incentrata sulla separazione tra potere spirituale e secolare. Che i leader di tutto il mondo, che sono accorsi in massa ai suoi solenni funerali incoronandolo a protagonista principe della nostra storia contemporanea, hanno implicitamente accreditato positivamente l'intrinseca commistione tra religione e politica nella cospicua attività internazionale della Chiesa cattolica. Ciò confermerebbe, a suo avviso, che non è proprio possibile separare fede e politica. Che quindi ha ragione l'islam integralista che concepisce religione e Stato come un tutt'uno.
"Si narra che il profeta Gesù disse: "Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio". Con questa affermazione il profeta Gesù si liberò di quelli che volevano ingannarlo. Ma di fatto la Chiesa si è sempre occupata di politica, anche se si discute se il suo ruolo sia stato più o meno rilevante". Dopo questa premessa, Al Mahdi sostiene: "Nonostante tutto ciò che circola sui problemi della Chiesa, è indubbio che essa ha sconfitto la tesi laicista perfino nella sua versione più moderata, ovvero della separazione della religione dalla politica e dallo Stato. Tanto è vero che in tutti i Paesi occidentali, per quanto si professino laici, gli esponenti religiosi svolgono un ruolo che influenza i magistrati, i parlamentari, i politici e chi orienta l'opinione pubblica".
Al Mahdi arriva a sostenere che "lo Stato del Vaticano è l'unica teocrazia al mondo. Il suo potere religioso è presente in tutto il mondo e il suo potere politico è ancora più consistente. Ciò è stato particolarmente vero nell'era di papa Giovanni Paolo II che, con la sua influenza, ha fatto crollare diversi regimi autocratici in America Latina e il regime polacco, spianando la strada al tracollo di tutto il campo socialista. Se dovessimo considerare l'influsso morale sulla politica, il Papa emerge come il più importante leader dell'Occidente". Infine sul piano più specifico del rapporto tra la Chiesa e l'islam Al Mahdi è critico: "Il defunto Papa di Roma e l'arcivescovo di Canterbury hanno assunto delle posizioni coraggiose contro l'arroganza della politica occidentale. Ma questo coraggio non l'hanno avuto nell'ambito religioso, se non forse nel rapporto con gli ebrei, che il Papa ha scagionato per la morte di Gesù, la pace su di Lui. Si sono intensificati i luoghi di dialogo interreligioso, ma, ciononostante, non c'è stato un chiaro riconoscimento cristiano del valore spirituale del messaggio maomettano".
Nel secondo commento, padre Youssef Munes, della Chiesa libanese, tesse le lodi di Giovanni Paolo II eleggendolo a un vero e proprio santo: "Se ne è andato come vanno via i santi. Sopportando la sua tristezza e la sua sofferenza con pazienza e coraggio. Sguainando la spada della verità e della libertà a difesa dei diritti degli Stati, della gente, dei deboli, dei diseredati, dei lavoratori, dei disperati, dei poveri". Ricordando la sua opera, padre Munes dice: "È cresciuto da orfano e il mondo intero divenne la sua famiglia. Invocando la pace, la riconciliazione universale, il dialogo tra i cuori e le religioni, dando lui stesso l'esempio (...). Ad Assisi ha riunito i capi cristiani, musulmani, buddisti e altri affinché pregassero per la pace dei cuori in tutto il mondo. Con il suo carisma ha attratto il mondo intero".
Nel terzo commento, Zine Al Abidine Al Rikabi esalta Wojtyla come uomo della pace e della riconciliazione con l'islam: "In questi giorni del 2003 esplose la guerra contro l'Iraq. E il Papa fu uno dei più tenaci oppositori alla guerra prima, durante e dopo. Per quale motivo? Perché era al corrente della bugia sulle armi di distruzione di massa? Perché era un pacifista? Perché temeva che la guerra potesse nuocere all'immagine dei cristiani? Probabilmente tutti e tre questi motivi erano presenti nella sua decisione".
Questa la conclusione di Al Rikabi: "Con la sua morte il mondo ha perso un messaggero di pace all'umanità intera. Il suo atteggiamento ha dimostrato che il mondo cristiano e musulmano non sono in una guerra crociata. Anche se taluni l'auspicano per ragioni che non hanno nulla a che fare con Gesù, il saluto e la benedizione di Dio su di lui, e con il suo insegnamento che si incentrano sulla verità, la giustizia, il perdono, l'amore e la pace".
Tre commenti scritti in lingua araba e rivolti a un pubblico arabo. Che si coniuga al plurale sul piano etnico, confessionale, culturale e ideologico. Una pluralità incarnata dalla moschea omayyade di Damasco, visitata da Papa Wojtyla il 6 maggio 2001. Che è un luogo di culto anche per i cristiani, perché vi è custodita la reliquia di San Giovanni Battista, profeta per il cristianesimo ma anche per l'islam, al pari dei profeti della tradizione biblica fino a Gesù.
Tre commenti che servono a farci capire che dire arabo non significa dire musulmano e dire musulmano non significa dire integralista o terrorista islamico.