Corriere della Sera "on line", 19 aprile 2005

L'illusione dura un attimo poi fumo nero

L'omelia di Ratzinger: ci serve una guida

Ore 17.25, si chiudono le porte della Sistina

di Gian Guido Vecchi

CITTÀ DEL VATICANO — Regola numero uno: il primo accenno di sbuffata dal comignolo della Sistina, accidenti, sembra sempre bianco. È un'illusione che dura pochi istanti, il tempo che i fumogeni diano una mano alla veneranda stufa di ghisa e il mormorio dei quarantacinquemila in piazza San Pietro si muti in applausi e grida giubilanti, "viva il Papa!", per poi strozzarsi in gola. Va' a ricordarti di ciò che accadde pure ventisei anni fa, il Tg1 annuncia in diretta "è bianca!", l'agenzia Apcom idem, nell'entusiasmo il Televideo patisce allucinazioni auditive e già che c'è spiega che le campane di San Pietro suonano a festa, evviva. E invece no. Nera, nerissima, c'è poco da fare: la prima fumata del Conclave, alle 20.04 di ieri, pareva uscita dall'Etna.

Magari aveva ragione il cardinale Serafim Fernandes de Araújo, arcivescovo emerito di Belo Horizonte, che va per gli ottantuno e sfugge sereno alla clausura dei 115 elettori: dopo la Messa mattutina Pro eligendo Romano Pontifice, verso mezzogiorno, si guardava intorno nella piazza assolata come rivelasse un segreto, lo sguardo intenso, "non so quanto ci vorrà, alcuni confratelli dicono sei giorni, altri tre, però mi creda: è un peso immenso, ci si affida alla volontà del Padre come Gesù al Getsemani, nessuno dei cardinali vuole fare il Papa!". E poi non c'è niente di strano, in epoca moderna funziona sempre così, la prima votazione serve ad orientarsi. Stavolta veniva buona pure per imparare come si fa, visto che ci sono 113 matricole. Da oggi ci riproveranno, quattro volte al giorno, a oltranza: sveglia alle 6,30, colazione, messa alla Domus Sanctae Marthae, alle 9 tutti alla Sistina per i due scrutini del mattino, ritorno alla Casa, pranzo, e di nuovo due scrutini al pomeriggio.

Non che la giornata di ieri sia stata meno pesante, anzi. Ogni passaggio del rito pare confermare agli elettori la responsabilità del loro compito. Del resto bastava vederli, alle 10 del mattino, disposti a semicerchio intorno all'altare di San Pietro e al decano Joseph Ratzinger che ha celebrato l'ultima messa prima della clausura, l'invito a pregare "perché il Signore illumini le menti degli elettori e li renda concordi per ottenere una sollecita e unanime elezione del nuovo Papa".

Decine di migliaia di fedeli a riempire la Basilica o raccolti davanti ai maxischermi in piazza. E la liturgia in latino, i volti seri dei cardinali, il viennese Schönborn che fissa il Crocifisso, il portoghese Policarpo che prega ad occhi chiusi, Carlo Maria Martini con le mani appoggiate al bastone che alza gli occhi serissimo, affilato come un santo di El Greco, mentre il decano sillaba: "La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e nella sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva". Il male. Quella di Ratzinger è un'omelia che non concede nulla alle belle parole di circostanza, sono tempi duri per la Chiesa e il mondo: "Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull'inganno degli uomini, sull'astuzia che tende a trarre nell'errore.

Avere una fede chiara, secondo il credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni".

Il teologo che custodisce l'ortodossia ha la voce arrochita ma ferma: "Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie". Per questo mette in guardia dalla "fede dei fanciulli" di cui parla San Paolo, "significa essere sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina: una descrizione molto attuale!". Il decano le chiama per nome, le onde che hanno agitato "la piccola barca del pensiero di molti cristiani" fino a "gettarla da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo ad un vago misticismo religioso, dall'agnosticismo al sincretismo...". No, solo Cristo "è la misura del vero umanesimo, il criterio per distinguere il vero dal falso".

Così Ratzinger invoca il dono di "un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia" e conclude: "Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine". I fedeli applaudono a lungo mentre gli elettori si ritirano e il cardinale Dionigi Tettamanzi butta lì un saluto, "pregate per tutti noi e per la Chiesa!".

I porporati riappariranno più tardi, alle quattro e mezzo del pomeriggio, ripresi dalle telecamere nell'Aula delle Benedizioni: in fila per due, le vesti rosso sangue e il libretto liturgico in mano, a recitare le litanie dei santi in processione verso la Sistina. Tutto il mondo vede ciò che li aspetta davvero, oltre lo schieramento delle guardie svizzere e la soglia di pietra: in fondo alla Cappella si mostra il Gesù di Michelangelo, il braccio levato nel gesto irrevocabile del Giudizio universale, quel volto che ciascuno di loro ha guardato prima di deporre la scheda nell'urna. Prima c'è stato il canto Veni Creator, l'invocazione allo Spirito, il giuramento in latino che ogni cardinale ha compiuto posando la mano destra sul Vangelo al centro della Cappella. Finché monsignor Piero Marini, Maestro delle celebrazioni, alle 17,24 ha pronunciato l'extra omnes!, "fuori tutti!".

Un minuto più tardi le porte si chiudono. I cardinali sono seduti lungo dodici tavoli ai lati della Cappella, ciascuno ha davanti a sé una Bibbia e il necessario per orientarsi nel voto, l'Ordo Rituum Conclavis in tela verde e la Costituzione Universi Dominici Gregis. C'è tempo solo per la breve meditazione del cardinale ultraottantenne Tomas Spidlik, poi restano soli. È a questo punto che Ratzinger ha chiesto se intendevano procedere alla prima votazione, oggi ci riproveranno. E il mondo avrà memorizzato anche la regola numero due: aspettare le campane, quelle vere. E il fumo candido che scioglierà l'interrogativo sospeso nell'omelia del Decano, "Cristo affida il suo corpo, la Chiesa a noi", diceva, "e noi come rispondiamo?".