Corriere della Sera, 29 aprile 2005
Padre Hejmo: c'è un piano per infangare la memoria di Giovanni Paolo II
"Noi spie involontarie. Wojtyla lo sapeva"
Il domenicano accusato di avere informato i servizi dell'Est ammette di essere stato la fonte di un agente della Stasi
ROMA - "Ne ho parlato con il Santo Padre una volta. Eravamo a pranzo assieme ad altri sacerdoti e tutti dicevano di avere un "angelo custode", ovvero controllori per conto del governo polacco. E anche il Pontefice sapeva di essere spiato". Padre Konrad Hejmo non ci sta a subire da solo l’accusa di essere stato un informatore degli 007 dell’est. Ammette di essere stato la fonte di un agente della Stasi di nome Andrej. Rivela che "presto da Varsavia arriveranno accuse per altri cinque sacerdoti". E denuncia una "operazione internazionale mirata a imbrattare la memoria di Papa Wojtyla" con altre calunnie che verranno diffuse in Polonia.
C’è silenzio dietro la parete di glicine del centro "Corda cordi", quartier generale di migliaia di pellegrini polacchi fino alla morte di Papa Wojtyla. Ora deserto. Una suorina tenta di fare muro. Mente sull’"assenza" di padre Konrad. Si fa paonazza. Si impasticcia. E si illumina quando, infine, la chioma candida del domenicano polacco si materializza.
Padre Konrad non sta fuggendo?
"Monsignor Stanislao, il segretario di Giovanni Paolo II, mi ha incoraggiato a difendermi. E so che Navarro Valls parlerà più tardi. Dovrebbe spiegare. Sono stato solo un ingenuo. Ma i miei superiori vogliono che scappi. C’è troppa pressione dei media. E qui per me non c’è più da fare. All’ultima udienza del Papa Ratzinger solo i vescovi si sono potuti avvicinare: né i pellegrini, né i malati".
L’accusa è tremenda: lei era una fonte del servizio segreto polacco?
"Molti di noi lo erano senza volerlo. Ogni sacerdote polacco era sorvegliato. Quando ne parlammo con il Santo Padre anche lui ci disse di sapere dell’esistenza di questi "angeli custodi"".
Quando avvenne questo pranzo?
"Nell’84, ero stato invitato da Stanislao per pranzare con il Santo Padre e durante il pranzo altri sacerdoti polacchi hanno parlato dei propri custodi e anche io ho parlato di questo Andrej".
E il Papa cosa ha detto?
"Che anche lui ne ha avuti. E che alcuni di questi erano a Cracovia. Tutte queste polemiche vengono fuori ora che lui non può più dire nulla".
Altrimenti la difenderebbe?
"Sì, veramente".
Era molto vicino a lui?
"Lo amavo profondamente. Ero sotto le sue finestre quando tutti dicevano "non si affaccerà" e invece sentivo che lo avrebbe fatto. Era un grande uomo".
Ha letto le carte che la accusano?
"No, ma le ha viste il mio padre provinciale. E so che è tutta colpa di questo Andrej che era della Stasi".
Al quale lei però passava notizie sul Papa...
"Ma per carità. Da me ha avuto solo notizie di dottrina".
Lei però riceveva soldi?
"No, non da lui. Dai sacerdoti polacchi per cui lavoravo".
Che lavoro svolgeva?
"Ero arrivato a Roma nel settembre 1979, e studiavo all’Angelicum. Il primate di Polonia, cardinal Wyszynski, mi chiese di cercare informazioni".
Di che genere?
"Dovevo fare una rassegna stampa sulla Chiesa polacca. E tradurre i discorsi del Pontefice".
Come conobbe Andrej?
"Mi venne presentato da alcuni sacerdoti perché doveva aiutarmi. Diceva di fare il mio stesso lavoro per i vescovi tedeschi. Lo frequentai solo nell’80 e poi capii che era una spia. E ora invece viene mescolata tutta la mia attività di collaborazione con il Santo Padre con quel periodo".
Perché sospettò che fosse una spia?
"Era molto poco cattolico. Aveva fatto il militare in Polonia, era stato in carcere a Bratislava e poi era scappato (forse lo avevano fatto evadere per diventare spia). E poi quando beveva raccontava di generali polacchi che conosceva".
Perché pensa che altri sacerdoti siano coinvolti?
"Perché andava anche da loro a chiedere notizie".
Lo ha più rivisto?
"Lo incontrai in piazza San Pietro nel 1981 prima dell’attentato. Poi, subito dopo sparì. Sua moglie, che mi ha chiamato ieri, mi ha detto che è morto di cancro e che non ha voluto ricevere i sacramenti. E’ per lei e le sue due figlie che non voglio rivelare il suo cognome".
La suorina lo chiama al telefono. Gli riferiscono le parole di Navarro Valls. Il sorriso si spegne. Non lo ha difeso.
Virginia Piccolillo
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La documentazione all'Istituto nazionale per la memoria di Varsavia
Le venti ricevute che inchiodano "Hejnal"
Il ministero dell'Interno aveva pagato padre Konrad per le informazioni sul Papa. Ma i suoi rapporti erano di scarso interesse
DAL NOSTRO INVIATO
VARSAVIA - Venti ricevute rilasciate al quarto dipartimento del ministero dell’Interno che si occupava delle attività della chiesa, inchiodano padre Konrad Stanislaw Hejmo. Sono la prova, contenuta nel voluminoso dossier custodito negli archivi dell’Istituto nazionale della memoria di Varsavia (Ipn) che il frate domenicano veniva pagato per le informazioni su Wojtyla passate alla polizia segreta. Nel ’79, dopo il suo arrivo in Vaticano, rivela lo storico Andrzej Paczkowki, "Hejnal", questo il nome in codice dell’informatore, cessati i contatti con la polizia politica era stato preso in consegna dal ministero dell’Interno dove è stato rinvenuto il dossier che lo riguarda.
I rapporti che presentava erano per lo più di scarso interesse. Dice Ryszard Terlecki, uno storico della sezione di Cracovia dell’Ipn: "Si trattava in prevalenza di pettegolezzi o storie che giravano fra i pellegrini, non di informazioni di importanza strategica. Non poteva offrire di più, visto che il suo compito non andava al di là dell’organizzazione di pellegrinaggi e udienze". Sono lunghi 25 chilometri gli archivi forniti dai servizi di informazione all’Istituto per la memoria, creato nel ’99 per indagare sui crimini commessi da comunisti e nazisti. Ogni polacco ha diritto di prenderne visione, ma le attese sono lunghe e, nonostante la cautela e il rigore degli studiosi, fughe di notizie, indiscrezioni mettono talvolta a repentaglio la reputazione di persone che nulla hanno avuto a che fare con lo spionaggio. E’ il caso di Mieczyslaw Malinski, amico e compagno di seminario di Wojtyla, sospettato di aver collaborato con la polizia politica. Per affermare la propria innocenza il sacerdote ha preso parte a un concitato confronto in tv con il direttore dell’Ipn Leon Kieres, il quale ha dovuto prendere atto che non esistevano prove concrete a suo carico.
Mesi fa la Polonia è entrata in fibrillazione dopo la diffusione su Internet dei nomi di 240 mila persone che avrebbero avuto rapporti con i servizi. Una lista fatta uscire illegalmente dagli archivi dell’Ipn da Bronislaw Wildstein, editorialista del quotidiano Rzeczpospolita. Il guaio è che è praticamente impossibile distinguere nella lista gli informatori dalle vittime del regime comunista. Periodicamente, specie alla vigilia degli appuntamenti elettorali, rispuntano i fantasmi del passato, con i partiti di destra che sollecitano purghe e controlli a tappeto fra gli ex comunisti. Nel clima di caccia alle streghe è rimasto coinvolto perfino Lech Walesa, l’eroe di Danzica, che ha dovuto difendersi dall’accusa (infondata) di aver avuto contatti negli anni ’70 con la polizia politica.
Parlamentari, ministri, magistrati, alte cariche dello Stato sono obbligati per legge a dichiarare se hanno collaborato con i servizi segreti del passato regime. In caso di ammissione non incorrono in sanzioni, ma se mentono devono rinunciare per dieci anni a qualsiasi incarico pubblico. La destra radicale preme perché i controlli vengano estesi anche a giornalisti, uomini d’affari e insegnanti.
Sandro Scabello